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LETTURE/ Purgatorio, XVI: perché si è corrotto l'amore di Dante?

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Dante Alighieri (immagine d'archivio)  Dante Alighieri (immagine d'archivio)

A questo intreccio di desiderio e libertà, al magnifico inno dell’anima semplicetta, darà carne e sangue Beatrice, quando Dante al culmine del Purgatorio finalmente la incontrerà in un incontro durissimo, in cui la donna, con il volto velato che il poeta ancora non è degno di guardare, gli contesta la sua colpa più grave: la disperazione, la mancanza di fedeltà. Non a lei, ma ai sentimenti e ai desideri nobili che lei in vita aveva saputo suscitargli: «“Mai non t’appresentò natura o arte / piacer, quanto le belle membra in ch’io / rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; // e se ’l sommo piacer sì ti fallio / per la mia morte, qual cosa mortale / dovea poi trarre te nel suo disio?”» (Pur. XXXI, 49-54).

È qui che Dante definitivamente s’inchina, che comprende la vanità di tutte le bellezze e di tutti i desideri, quando non siano domanda di amare e servire il tutto. L’amore per Beatrice, la propria abilità letteraria: tutto, nel momento in cui è astratto dal resto, si corrompe, diventa un idolo che schiaccia e domina.

Il canto di Marco Lombardo, però, ci dice anche un’altra cosa. Ci dice che quel «libero voler» è inestinguibile, che ogni istante può essere quello in cui tornare alla domanda: questo mio corpo che non sa vivere, questa mia anima che non sa amare, questo mio desiderio di gloria umana, tu che me li hai dati, usali, fa’ che siano per il mondo. È una domanda che traversa l'intera Commedia e a cui è ancora Beatrice a rispondere, quando svela a Dante il suo compito, legandolo alla grazia ricevuta: a te è stato dato di vedere tutto questo perché lo scriva, perché quell’arte con cui hai così giocato finora serva adesso «in pro del mondo che mal vive» (Pur. XXXI, 103).

Un compito che al Dante pellegrino verrà ridetto due volte nei cieli del Paradiso, e a cui il Dante poeta terrà fede con il sangue per tutta la vita, fermandosi solo davanti alla visione di Dio, al luogo in cui gli si rivelerà finalmente nella sua verità tutto il «picciol bene» amato; il luogo in cui «s’interna / legato con amore in un volume / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII, 85-87). 



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