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LETTURE/ Il Graal, la fede perduta e la metafora di Perceval

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Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)

L’uomo è un peccatore che dipende da Dio. Questo svelerà il santo eremita nel Perceval di Chrétien de Troyes o, se vogliamo, con definizione altrettanto felice, un «nulla capace di Dio», secondo la bellissima espressione del romanziere e saggista francese Daniel Rops. Tanta letteratura successiva al Medioevo ha diffuso lo stereotipo secondo il quale nell’epoca medioevale l’uomo fosse in secondo piano, schiacciato e oppresso dalla divinità e solo il Rinascimento avrebbe scoperto il valore centrale dell’uomo, lo avrebbe riposizionato al centro del cosmo. 

A sfatare questo pregiudizio infausto sul Medioevo ci soccorre una miniatura di santa Ildegarda di Bingen, realizzata nel 1163. Inscritta in una Terra compare la figura di un uomo, circondato da Dio con il suo abbraccio misericordioso. Evidente è la somiglianza con l’uomo vitruviano realizzato da Leonardo da Vinci più di trecento anni più tardi (c.a 1490). Anche lì un uomo è iscritto in una circonferenza, ma è scomparsa la presenza di Dio. Questo è il cambiamento epocale tra Medioevo e Rinascimento: non tanto l’introduzione della centralità dell’uomo, fatto già pienamente riconosciuto nel Medioevo cristiano, quanto la scomparsa della pertinenza di Dio con le vicende umane. L’uomo medioevale non è meno peccatore dell’uomo delle altre epoche, ma ha più chiara la consapevolezza di esserlo e di aspettare la propria salvezza da un Altro. 

Il termine «mendicanza» ben descrive l’atteggiamento di umile richiesta di aiuto nella consapevolezza della pochezza della capacità umana e della necessità che sia Dio a soccorrerci e salvarci. Il termine «avventura» descrive appropriatamente la dimensione di scoperta del mistero nella realtà. «Advenio» significa in latino «mi imbatto in», «incontro», «trovo qualcosa sulla strada, lungo il cammino». La vita dell’uomo, ne è ben consapevole l’uomo medioevale, è irta di avventure, di imprevisti, di irruzione sorprendente del soprannaturale e del Mistero nella realtà. Avventura è, come ora vedremo, quella di Perceval che vede una coppa larga, il Sacro Graal, vorrebbe domandare cosa sia, ma commette l’errore di non chiedere.

La storia di Perceval e del Sacro Graal è una delle vicende che più ha affascinato l’epoca contemporanea. Chrétien de Troyes (1135-1190) è il primo a raccontarne la vicenda. Tenuto dalla madre lontano dalla città per paura che possa intraprendere la strada del padre e del fratello, entrambi morti nell’adempimento dei propri compiti, un giorno Perceval incontra dei cavalieri. Non ne conosce il nome, ma, affascinato dall’armatura, comprende che anche lui vuole seguire le loro orme. La madre lo lascia partire. 

Nel tempo sarà educato alla cavalleria dal maestro Gornemont de Goorn, imparerà a prestare soccorso ai deboli, alle donne e ai bimbi, apprenderà il codice della cavalleria. Si innamorerà, poi, della bellissima Biancofiore, ma l’abbandonerà per ritornare dalla madre. Dopo diverse vicissitudini si imbatterà nella grande avventura. Un ostacolo, un fiume, posto sul suo cammino è l’occasione di conoscere un pescatore che invita Perceval nella sua abitazione. Lì il pescatore si presenterà al cavaliere come un re ammalato. 



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COMMENTI
26/07/2012 - Grazie (claudia mazzola)

Che bello questo articolo, è un piacere!