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DIBATTITO/ "Bene comune", slogan da rottamare?

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Gli uomini si trovano per circostanza storica a coesistere (l’alternativa è la pura estraneità o la guerra): la nascita della realtà politica coincide con l’assunzione consapevole e volontaria della socialità comunicativa fondamentale appunto come “bene comune” che dà ragion d’essere alla politica. Il bene comune politico nasce così: sulla base dell’esistenza della realtà comunicativa sociale, in cui ci troviamo già sempre a vivere e ad appartenere, un atto razionale e volontario collettivo la assume come bene che ha da essere, cha va conservato, difeso  e accresciuto. 

Il fatto sociale originario diventa così il fatto politico primario. Il passaggio al politico comporta la conferma condivisa di ciò che già accomuna assunto come patrimonio da preservare e proteggere, da rendere sempre praticabile e da far crescere. Il corpo politico nasce, dunque, quando si assume il “fatto relazionale” di cui si è parte, come “bene comune” che diventa fine condiviso e criterio normativo di relazione; vuol dire, in altri termini, che il politico non è né un puro fatto naturalistico, né un puro esito costruttivistico. A fondamento del bene comune politico sta il giudizio pratico che l’esser-in-comune è bene. A partire dalla Magna Charta inglese (1215), il costituzionalismo esprime appunto la volontà condivisa e istituzionalizzata di dar fondamento a una convivenza politica.

Il bene comune è dunque il bene dello stesso essere in comune, fondamento del politico. Esso non chiede nessun preventivo accordo che non sia il valore stesso dell’essere in società, che istituisce lo spazio comunicativo tra i diversi, cioè lo spazio del confronto, della cooperazione, dello stesso conflitto in quanto regolato, e svolge così la funzione di universale politico fondante. Il bene comune non consiste, perciò, nel possedere un identico ed esclusivo patrimonio ideologico; non è la somma dei molti beni particolari o la media dei molti interessi di cui è composta la società; non è un fine sovrapposto alla società civile; non è neppure solo l’insieme delle condizioni sociali favorevoli allo sviluppo umano storico, secondo la definizione di Gaudium et spes  (74b, cfr. 26a; e la Dichiarazione Dignitatis humanae, 6). 

L’unico bene comune è piuttosto oggetto di possibili e concorrenti interpretazioni e quindi progetti politici. Nessuna di queste, però, può trasformare l’antagonismo delle visioni in guerra civile mascherata (demonizzazioni dell’avversario, lotta politica con armi improprie, intolleranza culturale, calunnia, ...), in cui il bene dell’essere in comune è eroso e smentito e il patto costituzionale contraddetto nei fatti. 

Questa non è lotta politica – interna al quadro del comune bene condiviso –, bensì autodistruzione della politica stessa.



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