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DIBATTITO/ "Bene comune", slogan da rottamare?

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Nelle teorie socio-politiche attuali ci sono terminologie che richiamano quella del bene comune. Si parla di “bene pubblico” per intendere un bene disponibile da più persone o gruppi in modo non rivale e non esclusivo; di “beni comuni” come insieme di beni sociali di utilità comune; di “common” nel senso di bene collettivo, disponibile da più persone o gruppi, ma in modo rivale; di “bene totale” come bene generale, massimizzazione utilitaristica della soddisfazione delle preferenze particolari. In relatà, l’idea politica di bene comune ha un’altra portata. Riguarda non anzitutto il rapporto che intercorre tra persone e cose, ma un rapporto globale tra persone. Il bene comune – potremmo dire – è per eccellenza bene relazionale; cioè non è un bene di stato o di consumo, ma un bene in cui le relazioni tra soggetti sono costitutive del bene stesso. 

La riflessione moderna sulla politica si caratterizza per l’attenzione dedicata alla realtà del conflitto. Il limite che ha accompagnato questo realistico pensiero fu il suo orientamento radicalmente individualista, scettico a riguardo della capacità relazionale del soggetto, segnato da una drammatica impotenza al convivere (cfr. il paradigma hobbesiano e le sue numerose metamorfosi).

La concezione moderna dello Stato ha reso possibile – tra molte ambiguità e smentite -  l’acquisizione dell’idea democratica e quella dello stato di diritto. A sua volta, la concezione liberale del mercato ha consentito un esercizio inedito dell’iniziativa libera in condizioni di ideale uguaglianza. In tal senso Stato e mercato sono stati agenti di una nuova e mondiale socializzazione. Tutto ciò è avvenuto, però, a prezzo di una sorta di marginalizzazione della relazione come struttura dei soggetti umani e del legame cooperativo civile come struttura della società

Stato e mercato sono stati concepiti come grandi apparati totalizzanti, in rapporto a cui la società civile, depositaria di una pratica di relazioni originale e positiva, veniva sistematicamente sacrificata. All’eclissi del primato del civile si accompagna inevitabilmente anche quella del bene comune come principio fondante la realtà sociale e come idea regolatrice della politica.

Il punto di partenza per un nuovo paradigma politico non può essere che la concretezza condivisa della società civile, non come ambito privato qualificato contrapposto a quello pubblico neutrale, bensì come ambito già pubblico, di primario significato storico e politico.

Il punto di partenza è perciò l’idea di persona intesa come soggettività relazionale che esiste come realtà attivamente coesistente, interattiva, comunicativa, e quindi orientata all’intesa, anche entro la normale conflittualità dei rapporti sociali. Di conseguenza, il bene comune politico consiste nella (costante e istituzionale) trasformazione della coesistenza di fatto in volontaria convivenza di principio. 



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