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CHIESA/ Cosa succede se gli ebrei cambiano "idea" su Pio XII?

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Pio XII (1876-1958; immagine d'archivio)  Pio XII (1876-1958; immagine d'archivio)

Ed è proprio in questa particolare congiuntura storica che l’immagine di Pio XII, ritenuta grandiosa fino a poco tempo prima, si affievolisce fino ad essere derubricata, in una parte importante del mondo cattolico, come il rappresentante di una Chiesa del passato, principesca e desueta, clericale e in qualche modo intrinsecamente collusa con il potere. Un potere che fra l’altro, nella prima parte del suo pontificato, assume le vestigia non proprio entusiasmanti del regime fascista.

In definitiva, proprio nel momento storico in cui viene costruita l’immagine e la memoria della Shoah, la percezione pubblica di un Papa come Pio XII – messa a confronto, fra l’altro, con quella del suo successore, simbolicamente definito come il “papa buono” – tocca uno dei momenti di maggior declino e di minor fascino. Ed in questa declinazione pubblica inesorabilmente negativa non c’è spazio per nessun ragionamento storico degno di nota.

L’unica cosa che conta è l’uso simbolico dello stereotipo sociale, eretto quasi a luogo comune, all’interno di un paradigma interpretativo della realtà che espelle, più o meno sdegnosamente, tutti coloro che vengono visti come conservatori e nemici della modernità. Da questo momento in poi la figura di Pio XII entra in un cono d’ombra da cui riuscirà ad emergere con fatica solamente in questi ultimi anni. Come si può ben capire questo processo di rimodulazione e di rimozione simbolica della realtà non investirà soltanto papa Pacelli ma larga parte del mondo ecclesiale. Un processo ancora attualissimo di cui Pio XII ne rappresenta, forse, solo l’emblema più noto. 

 



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