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CHIESA/ Cosa succede se gli ebrei cambiano "idea" su Pio XII?

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Pio XII (1876-1958; immagine d'archivio)  Pio XII (1876-1958; immagine d'archivio)

Lo hanno sottolineato un po’ tutti: la decisione dello Yad Vashem, il museo dell’olocausto di Gerusalemme, di modificare la didascalia sotto la foto di Pio XII, attenuandone e storicizzandone il giudizio storico, rappresenta indubbiamente una notizia significativa. Innanzitutto, perché contribuisce, pur nella striminzita esiguità del fatto – stiamo pur sempre parlando di una didascalia di un museo, sebbene importante – a ricollocare nella dovuta dimensione storica un indiscusso protagonista delle vicende del Novecento e un pontefice estremamente rilevante per la storia della Chiesa. E poi perché contribuisce ad incrinare quella sorta di “leggenda nera” che accompagna l’immagine pubblica di Pio XII sin dai primi anni Sessanta. Grossomodo, da quando venne rappresentato il dramma di Rolf Hochhuth, “Il vicario”, che metteva in scena un papa indifferente e in silenzio di fronte alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei.

Sul silenzio “politico” e “religioso” di Pio XII è stato scritto e detto moltissimo. Tuttavia, oggi, una vasta mole di studi ha permesso di ribaltare quell’immagine di silenzio colpevole che gli era stata cucita addosso, mettendo in luce, eventualmente, un silenzio consapevole e responsabile di un Papa che si prodigò per salvare la vita di migliaia di esseri umani. Su quest’aspetto, nei prossimi anni, un contributo determinante sarà fornito dagli archivi vaticani non appena saranno sistemati e resi accessibili gli studiosi.

Al di là di questo, comunque, c’è però un altro elemento, forse ancor più importante, che scaturisce dalla modifica della didascalia del museo dell’olocausto. Un aspetto che rimanda direttamente al modo in cui l’uomo moderno si colloca nel mondo: a come lo vive e lo racconta, a come lo attraversa e lo descrive, al modo in cui lo fa proprio e lo rimodella secondo la propria sensibilità. Un aspetto che si riferisce, pertanto, a quello specifico nesso che esiste tra la narrazione degli eventi e la loro rappresentazione pubblica, tra quello che è stato e quello che appare. In poche parole, tra quello che sono i fatti e le loro immagini nelle menti degli uomini.

Un rapporto decisivo, soprattutto in riferimento alle vicende della Chiesa e alla sua percezione pubblica. Una percezione che, non a caso, si modifica fortemente proprio nel corso del Novecento e con maggiore intensità durante gli anni Sessanta, a ridosso dello svolgimento del Concilio Vaticano II. Un evento unico e dirimente, secondo alcuni, che rompe la continuità storica della chiesa costantiniana. Sta di fatto che, ben oltre ogni disputa accademica, tra i colti e gli intellettuali di tutto il mondo – e anche tra larghe schiere di fedeli – si viene a delineare un modo nuovo di guardare al cristianesimo e alla sua storia. Quello che ne scaturisce è una sorta di spartiacque simbolico-morale attraverso il quale poter reinterpretare il “vecchio” e il “nuovo”, la “conservazione” e il “progresso” e, forse, anche il “passato” e il “futuro”.



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