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LETTURE/ Montale, quando "piove" possiamo solo mendicare

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Dalla terza strofa comprendiamo che il poeta sta dialogando con la moglie Drusilla Tanzi, scomparsa nel 1962 e sepolta a San Felice. Le apostrofi di d’Annunzio a Ermione sono qui sostituite dal rapido riferimento di Montale alla tomba di San Felice. Il poeta non accenna in altro modo all’amata moglie. Piove sulla tomba dell’amata, perché il tempo distacca dalle persone care, che non rimangono nemmeno nel ricordo. Tutto è effimero e caduco, la natura sembra immutata, sempre uguale a sé, insensibile e impassibile, perché la morte è un elemento naturale nella ciclicità del mondo.

Anche il passato letterario del poeta (quarta stanza), cui si allude con gli Ossi di seppia, sembra subire l’onta del tempo. Ma la pioggia cade anche sulla «cartella esattoriale» (eccessiva imposizione di tributi) e sulla «greppia nazionale» (la mangiatoia della politica italiana). Nella strofa successiva il giudizio negativo coinvolge non solo il mondo politico («piove sul Parlamento»), ma anche l’ambito del diritto («Piove/ sulla Gazzetta ufficiale») e della propria esperienza lavorativa («Piove su via Solferino», sede del Corriere della Sera, di cui Montale diviene redattore negli anni cinquanta. «Piove senza che il vento/ smuova le carte»: la pioggia non redime, nulla cambia, le carte rimangono nella medesima posizione. «L’assenza è universale».

Nella penultima strofa Montale ironizza sulle vantate acquisizioni, scoperte e invenzioni scientifiche della propria epoca («Piove sui nuovi epistemi/ del primate a due piedi»), sulla tronfia e boriosa presunzione dell’uomo che ha eliminato il senso di dipendenza da Dio («sull’uomo indiato, sul cielo/ ominizzato»), sui partiti comunista («teologi in tuta») e democristiano («teologi paludati»), sulla contestazione giovanile del ’68 («sul progresso/ della contestazione»), sul modo di pensare comune («sgocciola/ sulla pubblica opinione»). Nessuno sforzo umano sembra poter cambiare la realtà e risolvere la crisi. Che speranza ha allora l’uomo?

Dobbiamo leggere l’ultima strofa per capirlo. Il tu dialogico a cui si rivolge il poeta non è più la donna amata, ma un essere più elevato («Piove ma dove appari/ non è acqua né atmosfera,/ piove perché se non sei/ è solo la mancanza/ e può affogare»). Montale si sta qui rivolgendo al Mistero, a Dio, l’unico che può salvare l’uomo. Del resto, da sempre Montale aveva previsto che per l’uomo un imprevisto è la sola speranza. La vera poesia rimanda sempre all’Assoluto e a quel Mistero che l’arte può solo suggerire. Il dolore e la sofferenza fanno parte della gioia, la pienezza può riempire il vuoto nell’anima solo quando noi ne abbiamo coscienza e mendichiamo. Così si può viaggiare anche se bendati e immobili in un letto. Per questo Montale scrive in Xenia I, 5 (sempre nella raccolta Satura): «Dicono che la mia/ sia una poesia d’inappartenenza./ Ma s’era tua era di qualcuno:/ di te che non sei più forma, ma essenza./ Dicono che la poesia al suo culmine/ magnifica il Tutto in fuga». E ancora in un altro componimento della sezione: «E il Paradiso? Esiste un Paradiso?»/ «Credo di sì, signora, ma i vini dolci/ Non li vuole più nessuno».



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