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LETTURE/ Montale, quando "piove" possiamo solo mendicare

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C’è una poesia di Montale che ben descrive lo sconforto che sperimenta l’uomo moderno e, nel contempo, introduce al fondamento della speranza. La poesia Piove, appartenente alla raccolta Satura pubblicata ormai più di quarant’anni fa (1971), è di un’attualità sconcertante. La data di composizione della poesia ci testimonia che già allora erano ben visibili, per chi sapeva leggerli e intenderli, i segnali di una crisi generalizzata, non solo sociale ed economica, ma ancor prima culturale.

La quarta raccolta montaliana è costituita da quattro sezioni: Satura I, Satura II, Xenia I, Xenia II. Vi confluiscono le delusioni storiche e politiche del poeta, nel contempo con tono scherzoso emerge l’affetto per la moglie Drusilla Tanzi, appena scomparsa (1962). Permane ancora, come nelle prime raccolte, quella percezione della possibilità di «uscire dalla campana di vetro», di «cogliere l’anello che non tiene», lo «sbaglio di natura» grazie al quale sia possibile pervenire a quanto è nascosto dietro la realtà («Tutte le cose portano scritto più in là»).

Nella poesia Piove, tratta dalla sezione Satura II, il tono dominante è quello parodistico e sarcastico. Il riferimento polemico di Montale è ancora una volta quel D’Annunzio che già cinquant’anni prima il poeta aveva attaccato ne I limoni. Montale prende le mosse proprio dal poeta che aveva pensato di poter rendere la propria vita un’opera d’arte, che aveva divulgato e banalizzato la teoria del superuomo nietzscheano, da un letterato che raramente si era confrontato con il limite esistenziale ed umano. Ora, però, dopo tanti decenni, la polemica e il severo giudizio antidannunziano si sono smorzati (anche perché l’influenza dell’esteta pescarese sulla cultura e sulla società è ormai da tempo tramontata), lasciando spazio ad un cinica disillusione sulla realtà tutta.      

La poesia Piove si compone di otto strofe diseguali di versi anisosillabici, con la presenza di rime sparse. La parola «piove» apre ogni stanza e compare in maniera quasi ossessiva e maniacale per ben quindici volte, sempre ad inizio di verso. Il verbo è chiara allusione a «La pioggia del pineto» ove D’Annunzio alterna l’espressione ad imperativi che invitano a fare silenzio per ascoltare le «parole più nuove/ che parlano gocciole e foglie/ lontane». Il poeta ci parla di una pioggia reale che genera nell’uomo e nella donna una sensazione di coinvolgimento panico con la natura e un’esperienza edonistica e sensista.

Montale, invece, moltiplica la presenza numerica dell’espressione «piove» ed elimina i verbi che invitano ad ascoltare proprio come se non ci fosse nulla di positivo da udire e da apprezzare. La moltiplicazione più o meno frequente del verbo nelle stanze trasmette l’impressione di una pioggia più o meno rada. In realtà, Montale non vuole tanto ricreare una situazione fisica o un’esperienza sensoriale quanto comunicare con un linguaggio metaforico. La pioggia ha una valenza negativa, non genera sensazioni uditive piacevoli come il concerto dannunziano ne La pioggia nel pineto, non cade dalle nubi, come sempre capita, ma si mescola all’inanità dello «sciopero generale». 



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