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LETTURE/ San Benedetto e quel silenzio (scomodo) che abbiamo dimenticato

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Cristo sul trono, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (immagine d'archivio)  Cristo sul trono, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (immagine d'archivio)

Queste profondissime annotazioni che hanno costituito la nostra civiltà occidentale, non sono riuscite però spesso a trovare un punto di sintesi. La contemplazione infatti, nel mondo greco e romano, la teoria, l’otium, era possibile solo per taluni. La maggior parte degli uomini era condannata a una vita senza peso e senza senso.

La riflessione sui diversi livelli della realtà personale e del mondo ha dominato anche l’oriente. Senza poter entrare adesso nei particolari, vorrei ricordare l’induismo che mira a liberare l’anima dai vincoli della corporeità attraverso le retta conoscenza che ci fa entrare nell’Uno o Eterno, in una coscienza cosmica o divina, eliminando ogni distinzione tra l’uomo e le cose. 

Per il taoismo l’uomo perfetto si libera da tutto ciò che appartiene al mondo, si sbarazza perfino della propria coscienza, entra in un mondo extratemporale ed extraspaziale, dove tutto è una sola cosa.

Per il cristianesimo invece, che nasce dall’Incarnazione di Dio in un uomo, Dio ha creato l’universo come cosa buona. Anche se esiste il male nel mondo a causa del peccato, da esso ci ha liberato il Figlio di Dio che attraverso la sua Resurrezione da morte ha reso possibile la speranza della resurrezione della carne. Il mondo non verrà distrutto, ma trasfigurato e inizia già ora il suo cammino verso tale trasformazione nella carità dei credenti.

Nella vita cristiana le passioni, i desideri, le attese degli uomini non vengono cancellati, ma orientati. Ecco allora il valore del silenzio. Trovare Dio nel fondo di noi stessi, trovare in Lui l’unità di tutte le nostre parole e di tutte le nostre azioni. Noi siamo abitati da Dio. Se ascoltiamo la sua voce ed entriamo nella sua azione, a poco a poco la nostra vita trova una nuova unità.

Se dovessi riassumere in una definizione cosa sia il silenzio, direi che esso è l’attimo abitato da un Altro. La tradizione monastica benedettina ci ha insegnato molto bene tale unità della vita. Ora et labora infatti è un’espressione che vuole introdurre nel silenzio come dimensione profonda e interiore di ogni azione e nel lavoro come trasformazione del mondo che nasce dal silenzio. Padre Mauro Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, ha scritto di recente che san Benedetto ci invita ad imparare a parlare e a tacere (2). Nessuno di questi due atteggiamenti è un assoluto in se stesso. 

Se la regola di san Benedetto domanda di coltivare il silenzio, lo chiede per due scopi. Per ascoltare Dio che parla e per vivere tale ascolto nella carità verso gli altri. Il silenzio consiste nella conversione del cuore “che tolga alla nostra parola il suo potere, le sue capacità possessive e offensive e diventi sempre più trasmissione della parola di Dio che crea ogni cosa buona, benedicendola”. La carità nasce dunque dal silenzio che ascolta. “Il silenzio monastico, ha scritto sempre padre Lepori, non è mai autistico, non è mai una chiusura su di sé, ma un atto di relazione, una taciturnitas, come dicevano i latini, cioè rinunciare al proprio turno di parola per ascoltare l’altro”.

 



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