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LETTURE/ San Benedetto e quel silenzio (scomodo) che abbiamo dimenticato

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Cristo sul trono, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (immagine d'archivio)  Cristo sul trono, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (immagine d'archivio)

Il nostro silenzio non nasce dal comandamento “Taci!”, ma da una parola che ci dice “Ascolta!”. Cassiano nelle sue conferenze scrive: “Quali che siano le offese che lo colpiscono, il monaco conserverà la pace; non solo sulle labbra, ma nel fondo del cuore. Se si sente anche minimamente turbato rimanga in silenzio e osservi diligentemente quanto dice il salmista: custodirò le mie vie per non peccare con la mia lingua (Sal 38). Egli non deve fermarsi a considerare il presente, non deve lasciarsi uscire dalle labbra ciò che gli suggerisce la collera. Deve ripensare nel cuore la grazia della carità di un tempo oppure rivolgere il suo sguardo all’avvenire per vedere la pacificazione come già avvenuta” (3).

Il nostro tempo ha sommamente bisogno di imparare la carità e non potrà farlo se non attraverso il silenzio. Il profeta Isaia ha scritto: “Nel silenzio e nella speranza risiederà la vostra forza” (Is 30, 15). Esso ci rende attenti a noi stessi, apre il nostro cuore alla voce di Dio, ci dispone ad accogliere i suoi doni che dissolvono l’amarezza del nostro animo, ci rende a poco a poco capaci di parlare e di tacere, di perdonare, di costruire. Tutti doni assolutamente necessari se vogliamo che l’umanesimo torni ad essere l’ossatura profonda dei nostri popoli.

 

1. Seneca, Tutte le opere, Bompiani, Milano 2000, 191-192.
2. Capitolo 1 settembre 2011
3. Cassiano, Regola, Conferenza XXVI.



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