BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Da Montale a Grossman, da Wallace a Cavalcanti, c’è un’opera che non si trova…

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Infophoto  Infophoto

Cerco la parola  inaspettata, improvvisa come la giornata di sole di Camus, la parola incomprensibilmente misericordiosa del vescovo di Digne al galeotto Jean Valjean, nei Miserabili di V. Hugo o quella che attende Oliver Twist nel romanzo di Dickens, perché resta vero che ci troverà, ci ha già trovato la bontà, come scrive C. McCarthy.

Cerco la parola  sbocciata come un fiore primaverile sull’albero nutrito dalla radice di Cristo quando disse all’adultera: “Vai, neanche io ti condanno”, o rivolse la triplice domanda a Pietro, “mi ami tu?”.

Cerco l’opera che faccia proprie ancora un volta le parole millenarie che riecheggiano nella predica di Natale del Thomas Beckett di Eliot o quelle di padre Mapple nel sermone che apre la tragedia di Moby Dick: “Quale abisso dell’anima riesce a sondare il profondo scandaglio di Giona!”.

Cerco l’opera che abbia memoria, la memoria che diventi voce e faccia risuonare il racconto dell’Ulisse di Dante nel pieno del campo di sterminio, come in Se questo è un uomo di Primo Levi.

Cerco l’opera che non tema di inseguire, fin dove sia possibile, la parola nell’abisso d’amore in cui viene deposta e giace, e nasce, e vive. “L’abisso invoca l’abisso”, cita Clemente Rebora; e commenta: “L’abisso di miseria invoca l’abisso di misericordia”.

Resta da fare la poesia onesta”, diceva Saba, onesta come la donna gentile (nobile) e onesta "(onestà è manifestazione evidente della nobiltà interiore", ci ricorda G. Contini) cantata da Dante all’inizio del miracoloso cammino che lo attende in compagnia di Beatrice. E onesto (nobile) è il ringraziamento del gigantesco Princivalle, l’assassino Princivalle, al giudice che lo ha appena condannato a trent’anni di lavori forzati, spiegato dalla mirabile maestria di Riccardo Bacchelli (Il mulino del Po): "Non soltanto dalla competenza giuridica, ma dall’umana esulava ultimamente ciò che aveva dettato a Princivalle il suo ringraziare: superava, nell’atto di ubbidirgli lui, non che altrui scienza, l’esperienza sua: apparteneva al segreto che l’uomo accoglie intiero, nel nascere ignaro, restituisce intiero, morendo, se non in quanto scienza ed esperienza l’hanno concetto via via più grande e più forte segreto nel tramite misero e sublime dei giorni terreni. Infatti chi più vi scorge più lo profonda ma è di tutti in quanto è d’ognuno, originale, intiero, uguale in sé, purché viva, in grandi e pusilli; dei quali uno era Princivalle Scacerni: ma vivente, ma sincero in coscienza. Né si dà di più alto e più profondo al conoscere e all’agire dell’uomo". 

 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >