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LETTURE/ Da Montale a Grossman, da Wallace a Cavalcanti, c’è un’opera che non si trova…

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Cerco la parola che abbia il sapore dei fatti, l’ostinazione testarda dei fatti come dice il diavolo nel Maestro e Margherita; la parola buona, sicura e forte, quella di Girolama nel Miguel Manara di O. Milosz che procede come la suora che si avventura sola nel rosso recinto dei suppliziati; il bacio di Violaine al lebbroso Pietro di Craon, la presenza di Sonia ricevuta con devozione e tremore dai forzati descritti nel Delitto e castigo di Dostoevskij o la donna che entra nella camera a gas con un bimbo, già morto, in braccio, e pensa: Finalmente sono madre (V. Grossman, Vita e destino).

Cerco l’opera in cui la parola sappia assumere il timbro della voce umana e diffondersi come canto, struggente canto, a confortare, accompagnare, risvegliare l’umana compagine. Sia esso il canto della lavandaie o la voce notturna, il singulto, il pianto dell’assiuolo di Pascoli, o quello dell’artigiano, di Silvia o della ginestra leopardiana, o ancora quello descritto nella Cava di Pietra di K. Wojtyla:

 

La pietra ti dà la sua potenza, il lavoro matura l’uomo

che ne riceve ispirazione per un difficile bene.

Dal lavoro ha dunque inizio una crescita di cuore e di mente

che tante persone coinvolge e tanti eventi importanti

ed in mezzo ai martelli matura l’amore.

Nidiate di bambini lo porteranno in un domani cantando:

"Un immenso lavoro si è compiuto nel cuore dei nostri padri"



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