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LETTURE/ Da Montale a Grossman, da Wallace a Cavalcanti, c’è un’opera che non si trova…

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Cerco la parola che sia speranza, fanciulla che danza e gioca nel secondo movimento della sinfonia dei Misteri di C. Peguy.

La parola che sia comunione come la campana di Lombardia di Rebora, voce mia, voce tua; come lo sguardo della Madonna sistina che risplende nei volti dei condannati di Treblinka, nel racconto di Grossman.

La parola dormiente del vecchio Kutuzov (Guerra e pace), che, prima delle armi e delle strategie, conosce gli uomini.

La parola che non pensa pensieri prefabbricati, come quella di Maigret.

La parola che sa comprendere la stoltezza di Dio, la dislessia di Dio (così la chiama D. F. Wallace), come il padre dell’Imperatore di Portugallia di S. Lagerlof.

La parola che mendica, come nel Re Lear di Shakespeare.

La parola amorosa che Cecilia rivolge a Coniglio mannaro, il più meschino, avido e viscido degli uomini, che l’ha sposata con l’inganno davanti a un falso prete (Il mulino del Po).

La parola grata che l’alcolizzato professore di disegno insegna a Kostja nella Sete di A. Gelasimov.

Infine cerco la parola intelligente, la parola umile, quella che Manzoni lascia dire a Lucia in conclusione del suo gran romanzo perché  nasce dal popolo di cui entrambi, Manzoni e Lucia, sono figli;

la parola che sta al principio, quella che si fa carne, quella che mette insieme gli uomini e li conduce verso il loro destino.

Cerco la parola dell’esperienza.

Quest’opera cerco, se qualcuno l’ha trovata.

Nel frattempo c’è ancora tanto, nel poco che ho tirato fuori dalla saccoccia della mia incompleta memoria, da leggere o rileggere.

 

 



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