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SAN LORENZO/ Oltre quel che vedo, dentro quello che vorrei imparare a vedere

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Vincent Van Gogh, "Notte stellata", 1889  Vincent Van Gogh, "Notte stellata", 1889

Il sentimento che prova un profano assistendo a un fenomeno naturale grandioso come un cielo pieno di stelle, un tramonto, l’immensità del mare, per uno scienziato è ancora più grande, in quanto respira qualcosa di veramente perfetto nella sua struttura. Questa perfezione esiste, è nella profondità delle cose.

Infatti le stelle, oltre a far brillare il loro mistero, evocano la domanda sulla realtà e sull’uomo. Cos’è «tutta la vita dell’uomo» rispetto all’«immenso» delle stelle? Cos’è questo puntino sperduto dentro «un atomo opaco di male» inondato da «un pianto di stelle» (è la celebre X agosto di Pascoli)? Un essere tanto piccolo che, leopardianamente, «si confonde quasi col nulla», dal momento che «si sente essere infinitesima parte di un globo ch'è minima parte d'uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza». Quando ci è successo l’ultima volta di guardare le stelle con questa intensità, perdendoci «nel pensiero della immensità delle cose» (Zibaldone, 12 agosto 1823)? E – soprattutto – quando ci è capitato di sentir vibrare il paradosso della piccolezza umana, ossia di commuoverci per l’immensità del nostro desiderio, più grande di tutte le galassie messe insieme?

Considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo. (Leopardi, Pensieri, 68)

Perfino le stelle ci sembrano «poco»: anzi, mai come lì sotto patiamo «mancamento e voto». La più vertiginosa caduta delle stelle avviene sopra di noi, con l’irrefrenabile precipitare delle domande dal senso di quel «profondo infinito seren» al senso del nostro essere al mondo. Sono i memorabili versi del Canto notturno:

E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

È sotto le stelle che viene facile scoprire di essere rapporto con l’infinitamente grande. Lo ha intuito Foscolo:




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