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SAN LORENZO/ Oltre quel che vedo, dentro quello che vorrei imparare a vedere

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Vincent Van Gogh, "Notte stellata", 1889  Vincent Van Gogh, "Notte stellata", 1889

Scintillavano tutte le stelle, e mentr’io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva un non so che di celeste, ed il mio cuore s’innalzava come se aspirasse ad una regione più sublime assai della terra. (Ultime lettere di Jacopo Ortis, 13 maggio 1798)

Che le stelle ci attraggano, infatti, implica che ci tirino così in alto da farci venir voglia di sbirciare più in là: è la nostalgia per «un non so che di celeste» che esse segnalano ma non sono. Il legame avvertito dal senso comune fra stelle e desideri si radica fin dentro le parole, visto che «desiderio» è sostantivo generato da «stella»: «sidus, sideris», che, preceduto dal «de» privativo, coglie un’indefinibile “mancanza delle stelle”, di qualcosa di smisurato come le stelle.
Siamo seri, però: le stelle in effetti sono composte di materia, e c’è poco da perdersi dietro alle poesie. Finiranno anche loro. L’uomo può desiderare quanto vuole, ma – Leopardi non fa sconti – le «tacenti stelle» se ne infischiano: «né scolorò le stelle umana cura». Eppure, se «anche il cielo stellato finirà», allora come mai – si chiede sgomento Ungaretti – ci zampilla nel cuore, perfino sotto un cielo di guerra, l’urgenza di qualcosa che non finisca mai? «Perché bramo Dio?» (Dannazione). Il punto è che sotto le stelle c’è tutto lo spazio che serve all’emergere di una tristezza finalmente senza vergogna. Lì diventa chiaro – osserva Luigi Giussani – che quella dell’uomo

non è una tristezza chiusa, davanti alla quale sta la notte, è una tristezza davanti alla quale sta la notte col cielo stellato; ed è il cielo stellato che in tutti i secoli della storia ha guidato il desiderio dell'uomo per delle avventure senza fine, per una conoscenza senza ostacoli.

L’esistenza non è l’inferno dell’«aere sanza stelle». Noi non sappiamo guarire al richiamo di quella chiarità lontana, continuiamo a sfogliare affascinati «sotto le stelle il libro del mistero», per dirla con Pascoli. Perché alla sterminata tristezza, alla mancanza, all’ansia che ci prende – se ne accorse Pirandello – «per forza ha da esserci» una altrettanto sterminata risposta:

Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest’ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle… (Dialoghi tra il Gran Me e il Piccolo Me)

Deve esserci. Ma cos’è? Come fari accesi a svelare e insieme a velare un buio che è «oltre», le stelle non bloccano la percezione del mistero a un sospiro estetico, ma spingono a volerlo conoscere. Una delle notti raccontate da Lucio Dalla («nel cielo tante stelle da star male: una cade e non la vedo più. Bella come te, o notte, non ce n’è: Raffaello e Michelangelo un cielo così bello non l’hanno visto mai») ha sentito esplodere la domanda delle domande: «Vorrei sapere chi è che muove il mondo e dov’è e cosa resta di me».
Ci sarà mai una risposta attendibile a interrogativi tanto siderali? Agostino d’Ippona non si fece problema a rivolgerli direttamente alle stelle: «Interrogavi caelum, solem, lunam, stellas: neque nos sumus Deus»: noi non siamo Dio, risposero le stelle. Che è come dire: “è  vero che siamo belle, ma c’è qualcosa che è ancora più bello di noi”. Ma come fanno a rispondere? Proprio attraverso la loro bellezza («species eorum»). Perché dire “che belle stelle stasera!” può segnare l’effimero di un’emozione volante oppure tendere all’origine di quella bellezza. Solo che le stelle non parlano a «chi non sa fare domande», ma «rispondono soltanto a chi le interroga sapendo giudicare» (Confessioni, X).
Per questo possiamo puntare tutti i nostri telescopi verso le stelle, ma lo sguardo più profondo, quello che punta più lontano, succede nell’istante in cui ammutoliamo di domanda verso chi le sta fabbricando e ce le regala struggendosi d’amore. Ennio Flaiano lo ha folgorato in una battuta fulminea e luminosa come una stella cadente: «L’amor che muove il sole e le altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galilei». Oltre quello che vedo anch’io, dentro quello che vorrei imparare a vedere.



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