BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SAN LORENZO/ Oltre quel che vedo, dentro quello che vorrei imparare a vedere

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Vincent Van Gogh, "Notte stellata", 1889  Vincent Van Gogh, "Notte stellata", 1889

Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: – Devo andare a guardare le stelle –. Dice proprio: – Devo, – perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione. (La contemplazione delle stelle)

Guardare le stelle – scrive Italo Calvino – significa rispondere a una provocazione imperdibile che ci viene offerta: non è giusto lasciarsi scappare tanta bellezza. In queste sere stanno lì le stelle, e non sono appena uno sfondo, «moccoli da lanterna piantati lassù nell’alto a uso di far lume» a chi mangia, si abbraccia, canta o prova a «noverar le stelle ad una ad una» (Leopardi) con qualche applicazione. Per guardarle c’è bisogno che vengano spente le luci artificiali, chiacchiere comprese. Sentendoci addosso improvvisamente, in quel silenzio denso di meraviglia, lo spavento di Lucio Dalla: «perché davanti a questo cielo nero di stelle – e ce ne sono stanotte di stelle, forse miliardi – cuore non parli?». (Apriti cuore)
La loro attrattiva splende davanti a me, ma occorre che io sia «puro e disposto a salire le stelle», secondo il verso finale del Purgatorio. Come lo fu Pavese, quando una notte, a 16 anni, la sua mente si allagò di stupore:

Infinito stellato, tu, la notte alla mente
che ti sta ansiosa dici che sei il mistero;
il giorno efimero ti nasconde allo sguardo,
il giorno che è nulla nell’immenso tuo,
il giorno che è tutta la vita dell’uomo.
Infinito oscuro, stellato,
solo al tuo silenzio comprende l'uomo
che tra un’eternità tu gli sarai ancora un mistero,
sempre un mistero.

Non soltanto la notte stellata ci viene data, ma ci parla. E lo fa accendendo la luce sul «mistero»: una parola accanto a cui stride l’avverbio “ancora”, a meno che non sia subito corretto dall’avverbio “sempre”: perché non ci sarà mai, in nessun tempo futuro, tramite nessuna approssimazione scientifica, spegnimento del mistero, miope riduzione di quel cielo a somma di ammassi gassosi. Anzi, «in una notte piena di stelle» – spiega il Nobel per la fisica Carlo Rubbia – si fa strada «un “qualcosa” che ci sfugge»:



  PAG. SUCC. >