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CONGDON/ Dal New Haven alla Bassa, la lezione di un maestro "fuori tempo"

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W. Congdon, Senza Titolo (Piazza san Marco a Venezia), 1948? (immagine d'archivio)  W. Congdon, Senza Titolo (Piazza san Marco a Venezia), 1948? (immagine d'archivio)

In questo 2012 ricorre il centenario della nascita del pittore americano William Grosvenor Congdon, nato a Providence (Rhode Island) nel 1912 (e proprio nella notte in cui affondava il Titanic). Due mostre importanti sono state promosse per celebrare la ricorrenza. La prima - tuttora in corso fino al 16 di settembre – è allestita nel museo dei Knights of Columbus a New Haven, città degli studi universitari di Congdon, laureatosi a Yale. La mostra, che si intitola The Sabbath of History: William Congdon – Meditations on Holy Week, presenta un affascinante parallelo tra  il percorso artistico di Congdon, dagli inizi, nei tardi anni 40, fino alla morte nel 1998, e le meditazioni sul Venerdì e Sabato Santo scritte da Joseph Ratzinger nel lontano 1967. 

Uno spazio particolare in questa rassegna è dedicato ai crocefissi che l’artista ha dipinto dopo la sua conversione alla chiesa cattolica nel 1959. Ma sono presenti anche importanti pezzi della sua fase cosiddetta “monumentale”, le vedute urbane degli anni 50,  come pure una sezione di dipinti degli ultimi vent’anni, in cui l’artista ha abitato nella Bassa milanese dipingendo silenziose geometrie di campi o nebbie che cancellano ogni forma e oggetto. Il bellissimo catalogo, ordinato dal co-curatore della mostra, Daniel Mason, presenta anche importanti saggi di studiosi americani, come Ellen Landau, Robert Nelson e altri.

La seconda mostra – William Congdon a Venezia: uno sguardo americano, a cura di Giuseppe Barbieri e Silvia Burini e chiusasi lo scorso 9 di luglio – è invece stata promossa dalla Università di Ca’ Foscari nello spazio espositivo che da diversi anni essa ha allestito presso la sua storica sede sul Canal Grande. In questo caso, il focus sono stati gli anni 40 e 50 che l’artista trascorse prevalentemente a Venezia, dipingendo innumerevoli vedute della città che la sua amica Peggy Guggenheim considerava le più strepitose dopo quelle di Turner. Di fatto, è stata la sua prima  rassegna di dipinti veneziani – una quarantina di pezzi da collezioni pubbliche e private in Europa e in Usa - e, soprattutto, la prima che si sia tenuta proprio a Venezia. Alla mostra ha fatto da corredo, oltre ad un agile ed elegante catalogo, un apparato didattico multimediale e interattivo d’avanguardia.

Quale bilancio si può trarre da queste manifestazioni, entrambe realizzate con la collaborazione della William Congdon Foundation, erede e custode del patrimonio artistico di Congdon?

Anzitutto è emersa la difficoltà a contestualizzare l’opera di Congdon nell’ambito dell’arte del secondo Novecento. Egli si presenta come una figura solitaria e, in un certo senso, “fuori tempo” rispetto alla tumultuosa evoluzione delle forme e dei linguaggi artistici di questa parte del secolo. A ciò ha contribuito anche la sua uscita dal mercato dell’arte fin dagli anni 60. Ma questa difficoltà sembra riflettere un problema che Congdon stesso ha vissuto rispetto alla propria identità di pittore. 



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