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MEETING/ Ecco perché l'infinito non è un'illusione

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Ma si tratta di tentativi che hanno sempre l’onere di giustificarsi rispetto alla matrice neurobiologica, assunta come la base indiscutibile e il metro di misura di ogni spiegazione “scientifica” della natura umana. Insomma, per capire “oggettivamente” il proprium di quest’ultima, non è tanto all’esperienza vissuta in cui noi “sentiamo” soggettivamente noi stessi e il mondo che dobbiamo rivolgerci, quanto piuttosto alle tecniche di rilevamento cerebrale, come le immagini fornite dalla “Risonanza magnetica funzionale”.

Ma questo naturalismo neuro-biologico ha un rovescio apparentemente contrario, in realtà complementare e solidale, vale a dire la tendenza “nichilistica” e “relativistica” di buona parte del pensiero contemporaneo, che mette in discussione la visione classica e soprattutto ebraico-cristiana dell’uomo come l’apice della creazione, in virtù della sua ragione e della sua libertà. Almeno a partire da Nietzsche (e poi con autori quali Heidegger e Foucault, ciascuno naturalmente a suo modo) uno dei compiti assunti dal pensiero contemporaneo “di tendenza” sembra essere quello dell’anti-antropocentrismo, della destituzione del soggetto umano come il “signore” della natura e il fine del mondo intero. Non che oggi non si parli più di scopi umani nel mondo, ma si afferma che essi – riprendendo una posizione di Kant – non possono più essere trovati nell’uomo come un dato esistente, cioè nel suo stesso “essere”, bensì nel suo “dover essere”, nella responsabilità morale o negli scopi che la ragione è chiamata a realizzare attraverso la “cultura” e l’organizzazione della società (è la posizione di Habermas). La natura umana non va più pensata in rapporto con il suo creatore, ma solo come l’impegno etico (e magari eco-sostenibile) della propria auto-realizzazione.

La prospettiva del nichilismo culturalistico ha in comune con il monismo naturalistico la considerazione dell’“io” come illusione metafisica, solo che in questo caso l’individuo umano è interpretato come l’esito delle narrazioni culturali e delle costruzioni sociali. Insomma la natura umana, soprattutto in quella sua emergenza individuale che fa dire a ciascuno di noi di essere una realtà unica e irripetibile, sarebbe o una pretesa illusoria o una costruzione culturale. 

Eppure resta aperta una questione: da dove nasce questa illusione del nostro io, da cui non possiamo liberarci, nonostante tutte le spiegazioni neurobiologiche e culturali che ne forniamo? Si dirà: è solo questione di tempo, perché ciò di cui per ora è consapevole solo un’avanguardia di scienziati e di filosofi possa diventare convincimento comune. In fondo non accade lo stesso quando vediamo “sorgere” il Sole la mattina, e questo ci riempie di meraviglia e di commozione, pur sapendo esattamente che il Sole non sorge affatto ma è la Terra che gira attorno ad esso? Siamo stupiti, insomma, per qualcosa che sappiamo essere – contro-intuitivamente – un’illusione ottica! Certo, nel caso del nostro io individuale l’illusione saremmo noi stessi (cosa che renderebbe questa “illusione” diversa da tutte le altre, come John Searle ha obiettato a Dennett), e quindi alla fine dovremmo considerarci come creature che “sentono” emozioni e desideri, nutrono aspettative e sogni, sapendo che in realtà sono solo esseri determinati dai meccanismi neuronali e sociali. 

Il fatto è però che questo fenomeno della nostra auto-coscienza, per quanto ci impegniamo a spiegarlo come l’esito di un determinismo fisicalista o culturalista, resiste nell’esperienza che abbiamo di noi stessi. 



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