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MEETING/ Ecco perché l'infinito non è un'illusione

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Possiamo definirlo come una credenza dura a morire o come un residuo misterioso della spiegazione deterministica, ma esso chiede di essere preso sul serio dalla stessa ricerca scientifica, non neutralizzato come qualcosa che col tempo sarà anch’esso riducibile ai meccanismi del nostro cervello o come qualcosa che, in quanto non riducibile, è semplicemente “indeterministico” o addirittura irrazionale. Come riconoscono alcuni degli esponenti dello stesso dibattito neuroscientifico (penso in Italia a Mario De Caro, Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori), non bastano i soli rilevamenti della neurobiologia per venire a capo dell’identità libera dell’individuo personale. 

Per affermare il mistero razionale dell’irriducibilità dell’individuo umano non siamo affatto costretti a negare la validità dei rilevamenti delle scienze empiriche sul nostro cervello. Ma d’altra parte non dobbiamo censurare o eliminare il “dato” – altrettanto empirico – della persistenza della coscienza di un nostro “sé” personale. Tutto il problema dell’esistenza di una specifica “natura umana” si gioca a questo livello.

Già Kant si era chiesto, nella Critica della ragion pura, come mai la ragione umana, pur sapendo che non potrà mai conoscere empiricamente l’anima (ossia l’io come sostanza spirituale) così come conosce il suo corpo, continua inevitabilmente a cadere in questa “illusione” o “parvenza”. La sua risposta è che la ragione umana è, per sua “natura”, metafisica, cioè tende strutturalmente a cogliere l’incondizionato e l’infinito, pur senza mai poterlo afferrare. Oggi, proprio con il guadagno di sempre nuovi dati empirici circa il funzionamento cerebrale e il condizionamento culturale che sottendono la nostra mente, e quindi la nostra coscienza, questa “illusione” lungi dall’essere stata eliminata mostra forse il suo vero volto: non quello di un antico auto-inganno, ma quello di un rapporto strutturale con l’infinito. Si cerchi pure di trovare il particolare meccanismo del nostro cervello che produrrebbe questo rapporto con l’incondizionato (vale a die con la totalità dell’essere, con il senso ultimo di sé e delle cose e addirittura con la capacità di pensare il “niente”): ebbene questo non sarebbe una liquidazione di tale rapporto, ma probabilmente attesterebbe che il nostro stesso cervello è fatto per qualcosa di più grande di sé.

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