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DOSTOEVSKIJ/ Kasatkina: vi spiego il "paradosso" di Cristo e della verità

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Fëdor Michajlovic Dostoevskij (Immagine d'archivio)  Fëdor Michajlovic Dostoevskij (Immagine d'archivio)

Dal fatto che i personaggi iniziano a pronunciare parole che, se riportate a una persona che non conosce la trama della storia, sono puntualmente scambiate per quelle che Cristo pronuncia nei Vangeli, quando parla di Se stesso e degli uomini. In questo modo, il personaggio viene condotto dentro gli eventi più decisivi della storia evangelica. Dico sempre che ogni romanzo di Dostoevskij è sempre una storia d’amore dell’uomo con Dio: dell’uomo-personaggio e, si spera, dell’uomo-lettore. Certamente questo è stato vero per l’uomo Dostoevskij.

L’idea portante della mostra è che la storia del Vangelo riaccade. Da dove viene a Dostoevskij questa idea?

Dall’occidente! Anch’io mi sono stupita quando ho scoperto che è una cosa che vi stupisce. Per lungo tempo l’arte occidentale ha avuto questa idea al suo centro, cioè che la storia cristiana prosegue e si rinnova in ogni tempo. Era un’arte che Dostoevskij conosceva molto bene: quando era in Europa, passava tantissimo tempo nei musei. Beveva le immagini con gli occhi.

Porfirij dice a a Raskol’nikov, in Delitto e castigo: «ogni azione, per esempio ogni delitto, appena accade nella realtà, subito diventa un caso del tutto particolare; e, talvolta, un caso privo di ogni analogia con qualsiasi altro precedente». In Dostoevskij ogni umana vicenda si gioca dentro il caso singolo. Che cosa significa questo per la nostra libertà?

Purtroppo noi ci ricordiamo troppo raramente che ogni uomo è un caso particolare. Tutta la vita europea dell’ultimo secolo è costruita sul fatto che l’uomo è tale in riferimento all’umanità o a una generalità etnica, culturale o politica. Su questa base, si è cercato di fare delle leggi che potessero funzionare per tutti. Ma questo tentativo indebito di semplificare la vita è sbagliato, perché non si può giudicare nessuno senza entrare nel concreto della sua storia. Invece i romanzi di Dostoevskij sono pieni di casi di errori giudiziari che mostrano lo scacco in cui incorre il giudizio generale quando pretende di spiegare il caso concreto.

Perché questa scelta?

Perché per Dostoevskij ogni uomo è un punto assolutamente insostituibile nella nostra complessiva possibilità di vedere Dio. Come un uomo può comprendere Dio da dentro la sua pelle, non lo può fare nessun altro. Ogni uomo è un riflesso di Dio, ma «quel» riflesso non c’è in nessun altro uomo.

Cosa ha significato per lei fare questa mostra?

È da tanto tempo che desideravo fare qualcosa del genere, perché avevo il desiderio di mostrare come le immagini siano alla base della creazione di Dostoevskij e per questo debbano essere cercate, trovate, viste con gli occhi nella sua opera. Avevo capito da tempo che lo si poteva fare attraverso i quadri dell’arte occidentale e le icone russe, perché entrambi sono il fondamento del lavoro di Dostoevskij. Al tempo stesso mi sembrava una cosa irrealizzabile. Ma Dio aveva i suoi piani...

C’è qualcosa che l’ha colpita nei giovani che hanno lavorato con lei?



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