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MEETING/ Mazzarella: non siamo i padroni della nostra domanda

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Da questo punto di vista il limite dell’impegno del riduzionismo fisicalista a collocare nella natura l’emergenza dello spirituale, a radicare nei livelli inferiori della realtà quelli superiori interpretati come complessificazioni progressive – dal fisico-chimico al biologico al sociobiologico al culturale – non è una scomposizione di principio della coimplicazione di natura e spirito nell’uomo. In questo si dà piuttosto un’opposizione metafisica all’opposto, esso stesso metafisico, riduzionismo allo spirito della natura come sua emanazione (…).

Il limite sta piuttosto nel fatto, che per quanto potente episticamente sia il modello della macchina a descrivere la coimplicazione dei livelli biologici, fisiologici, sociobiologici nell’intelligenza naturale, questo modello non spiega la specificità sostanziale della specie umana, o della sostanza uomo: cioè l’evidenza fenomenologica della dualità (fisicità e interiorità), della dimensione dell’intenzionalità, delle evidenze morali (dovere, libertà, coscienza).

Questo dipende dal fatto che l’intelligenza come capacità di artificio, di fare con arte – con il cui schema l’emergentismo legge l’intelligenza naturale, che si mostra già a livello animale, prima che a livello umano – non esaurisce l’intelligenza propriamente umana che è capacità di artificio+consapevolezza. Quella che l’intelligenza artificiale pensa di poter riprodurre è sempre solo la capacità di artificio come schemi naturali (cognitivi, fisiologicamente innestati) solutivi di problemi, non l’intelligenza umana, che è qualcosa in più come vorrei mostrare: dubbio patema, patema del dubbio, ed anche insolubilità delle sue domande. (…).

Torniamo un attimo ai presupposti aristotelici del discorso fin qui fatto.

Se l’essenza dell’uomo è ciò in virtù di cui i suoi accidenti esistono come umani, cioè la sua animalità, il suo specifico principio di vita e movimento (Metafisica IV, 4, 1007a), è intrinsecamente razionale (Politica 1253a), va interrogata questa intrinsecità razionale all’animale uomo, l’effettività della differenza specifica per dirla in termini definitori. Che non può essere ridotta alla capacità dell’artificiale, il saper fare con arte, che è il paradigma operativo dell’intelligenza artificiale, che prova a mimare, a riprodurre tecnicamente un’intelligenza naturale già ridotta, epistemologicamente, all’artificialità. Nell’intelligenza che emerge in natura, nell’intelligenza naturale, e naturale umana soprattutto, c’è qualcosa in più della capacità di artificio. Se il carattere dell’artificialità, del saper fare ad arte, con arte, esaurisse la razionalità della natura umana, noi non coglieremmo ancora la sua specificità rispetto alla natura animale, o se si vuole dell’animalità umana nei confronti dell’animalità animale. 

Fermiamoci sulla nozione aristotelica di artificiale. L’artificiale a differenza da ciò che è naturale, che ha in sé il suo principio di vita e movimento, ha in altro, fatto con arte, il suo “principio”. E questo vale tanto per gli artefatti che sono cose, tanto per gli artefatti che sono comportamenti, la cui funzionalità ed utilizzabilità o la cui finalizzazione originano, per essere ciò che sono, da un concorso di cause (materiale, formale, finale, efficiente) la cui cooperazione si deve al fare con arte di un principio naturale efficiente che è sempre un vivente, uomo o animale che sia. Questo vuol dire che in sostanza la capacità dell’artificiale, la techne, resta sempre un modo della physis, e un modo sotto-determinato, come ha magistralmente mostrato Heidegger contro la tecnica moderna, che suggestionata dalla sua enorme potenza operativa crede di aver ontologicamente sopravanzato la natura, sussumendola quasi come sua possibilità, come materia a disposizione: che è poi il contenuto ontologico della spiritualizzazione della tecnica, quasi una potenza creatrice, della sua ideologia contemporanea.

Ancora, che la techne sia un modo della physis viene a dire che come una sorta di “natura naturata”, essa è un un modo in cui la physis si proietta nell’essere, accresce l’essere, fa essere qualcosa che ‘prima’ in natura non c’era come tale, ma era tuttavia nelle sue possibilità; natura non facit saltus neanche nei progetti poietici della tecnica – si fa quel che si può obbedendo alle leggi della natura, ivi inclusi i materiali che mette a disposizione: se in natura mettete l’uomo, del legno, e l’intenzione dell’uomo di dormire meglio ideando qualcosa in analogia al giaciglio di foglie su cui la prima volta si è buttato per caso, trovandolo comodo, potete avere la lettiera, che è poi l’esempio per l’artificiale in Fisica b1 di Aristotele.



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