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MEETING/ Mazzarella: non siamo i padroni della nostra domanda

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Si dirà: ma anche il castoro fa le dighe! Appunto. È vero, ma non lo fa intenzionalmente, meglio consapevolmente: nel castoro l’intenzione è istintuale, irriflessa; l’artificio del castoro non è consapevole. Questo vuol dire che il rationalis dell’animalità umana vale capacità di artificio + consapevolezza, meglio il tratto effettivamente distintivo del rationalis dell’animalitas umana non è la finalizzazione utilitaristica dell’azione, il fare con arte qualcosa per raggiungere qualcosa (lo fa anche il bonono, una scimmia, con un bastone per raccogliere un frutto o l’ape per costruire l’alveare), ma la consapevolezza di questa finalizzazione dell’azione, che non è chiusa nell’istinto – in un programma bioevolutivo applicato a questa o quella specie – ma aperta nella ragione. Lo sapeva già molto bene Marx: la migliore celletta costruita dall’ape non ha niente a che vedere con la cella sia pure tirata su di sghimbescio da un cattivo architetto perché quella cella l’architetto ce l’ha prima nella testa. 

Ma questa “apertura” nella ragione, della ragione come discorsività dell’uomo con se stesso, consapevolezza delle sue azioni, razionalità strumentale non solo agita ma saputa, contiene anche qualcosa in più: una discorsività (dialogo interiore che si fa domanda pubblica) sul senso delle proprie azioni e sul campo stesso esistenziale della propria azione, la vita come propria vita e più in generale vita, e poi scoperta non-vita (già gli stoici corredavano l’espressione  animale razionale, zòon logihikòn, dell’ulteriore connotazione mortale, thnetòn, che distingue l’uomo da Dio), in cui ciò che si vive, si fa e si patisce accade: il mondo.

Quando Heidegger in un saggio famoso, Scienza e meditazione, scrive che “la scienza non pensa”, non ha alcuna intenzione di offenderla [tra l’altro in quel saggio ne celebra la potenza operativa come calcolo che si fa tecnica], ma constata un fatto già espresso nella Krisis dal suo maestro Husserl, che le scienze hanno visto naufragare il loro tentativo di sostituirsi alla filosofia per spiegare la totalità del mondo, perché le scienze, il cui modello di sapere è oggi dominante, non hanno nulla da dire per quanto riguarda il senso dell’esistenza.  

Questo spiega perchè nonostante tutto, e nonostante la sonda americana Curiosity su Marte, siamo ancora qui, spero a non perder tempo, con un seminario di filosofia: “ragionando sulla natura dell’uomo”. Non so se chi ha battezzato curiosity la sonda americana, argutamente con Agostino, volesse dire che le tante cose “nuove” che apprenderemo sul cosmo, quanto al suo senso resteranno una vana curiositas.

Insomma, l’invariante biologico-evolutiva della natura umana quale la conosciamo, almeno da quando ci si è comunicata con i graffiti della grotta di Altamura e con i reperti fossili dei primi utensili e delle prime tombe, è questa razionalità discorsiva (intenzionalità riflessa e riflessiva) come domanda di senso – che è ciò che la cultura, l’homo cultura oggettiva storicamente – che possiamo chiamare anche spirito, soffio vitale che prende la parola su sé stesso.

 

(…)

 

5. Vorrei porre la domanda più impegnativa, quella sulla nostra personale posizione rispetto al tema discusso. Chi è l’uomo, qual è la sua natura? L’uomo è (solo) un grado nel continuismo evolutivo o gli si deve riconoscere un rango speciale, si deve ammettere una discontinuità nella continuità (senza con questo giustificare alcuna forma di violenza e sfruttamento nei confronti degli altri viventi animali)? Come si può rispondere a queste domande senza cadere in posizioni preconcette e ideologiche? A che cosa occorre guardare cioè, per poter rispondere? 




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