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MEETING/ Quella "nostalgia" che da Seneca e Paolo arriva fino a noi

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V. Van Gogh, Notte stellata (1889; immagine d'archivio)  V. Van Gogh, Notte stellata (1889; immagine d'archivio)

Con l’incontro previsto al Meeting vorremmo riproporre, in un ideale percorso di lettura, alcune delle risposte che hanno tentato di dare a queste domande varie personalità del mondo antico diverse per formazione, per sensibilità, per contesto culturale. Nonostante la distanza di secoli e le ben più ampie conoscenze che oggi possiamo vantare, queste domande restano sempre attuali. Il fatto di conoscere un numero di stelle enormemente superiore a quelle che vedevano gli antichi a occhio nudo e di avere strumenti potenti per misurarne la distanza, paradossalmente dovrebbe farci sentire ancora più piccoli di quello che potevano sentirsi gli antichi. Eppure, nemmeno il possesso di strumenti di ricerca ben più raffinati muta il tenore delle risposte. Una nota astronoma italiana, nel corso di un’intervista recentemente rilasciata a un settimanale, alla domanda su come immagina l’altra parte, cioè l’esistenza dopo la morte, rispondeva “Non c’è un’altra parte. Ci saranno le mie molecole, che serviranno magari a qualcos’altro, a fare un tavolo, un gatto, che ne so, e alla domanda “Dove si appoggia questo benedetto infinito?” rispondeva “Non si appoggia, altrimenti non sarebbe infinito”. Sono esattamente le risposte che dava Lucrezio, un poeta latino vissuto nel I secolo a.C.  Al di là del divario tecnico, il cuore e lo sguardo dell’uomo sono in sostanza immutati.

Il mondo antico offre però anche risposte e percezioni diverse. Infinito o immenso che sia, lo spazio e il tempo inducono a percepire l’esistenza e la mano di esseri (uno o tanti: l’uomo antico non può dire nulla di questa realtà misteriosa) che hanno dato inizio e regola al nostro universo. Pur nella contraddizione di risposte perseguite, come detto all’inizio, “a tentoni”, si percepisce come questi esseri rappresentino un Qualcuno certo più grande, più potente dell’uomo, non soggetto, come lui, alla precarietà e alla morte. Ma per quanto immensamente più grandi, rispetto a questi esseri l’uomo percepisce una consanguineità: l’universo è la casa comune degli uomini e degli dèi, mentre le altre creature sono solamente a servizio dell’uomo. Un dono inestimabile accomuna gli uomini e gli dèi, la ragione: per questo l’uomo è una creatura talmente speciale che il poeta Ovidio, contemporaneo di Augusto, poté dire che Giove “foggiò l’uomo a somiglianza degli dèi ordinatori”.



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