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SCIENZA & FEDE/ Di Francesco: dai neuroni all'io, un "salto" impossibile

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Al Meeting di Rimini (InfoPhoto)  Al Meeting di Rimini (InfoPhoto)

Sono un sostenitore dell’idea che esiste una pluralità di livelli a cui può essere studiata la mente, e che questi livelli sono altrettanto solidi ontologicamente. Non sono riduzionista, e non lo sono perché non lo è certamente la scienza attuale. Il livello eminentemente personale (il «sé») e quello biologico non sono assimilabili, riducibili. Viceversa, sono convinto che la prospettiva nella quale collocare questi diversi aspetti debba essere quella di una interazione, di una cooperazione del molteplice. 

 

Siamo ad un cambio di passo della filosofia?

 

La grande sfida è tenere nel dovuto conto quello che oggi la scienza ci dice. Ignorarlo vorrebbe dire commettere un errore altrettanto grave di quello dei riduzionisti. Le neuroscienze rappresentano una grandissima rivoluzione che deve interessare i filosofi e i teologi proprio perché, come la scienza al tempo di Galileo, ci apre un nuovo universo di conoscenze. Lo stesso livello personale - l’io - di cui lei parla nella sua domanda, da Freud in poi non è più così perfettamente trasparente come si pensava, ma opaco. Questo è un dato acquisito che ha posto sotto una luce nuova la nostra fallibilità. Non si può tornare indietro - facendosi fautori, mettiamo, di un pieno autopossesso dell’io -, né nascondere la testa sotto la sabbia. Le neuroscienze ci sono

 

Torniamo al titolo: La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito. Ma questo rapporto è qualcosa di reale o di illusorio? E se è reale, come si documenta?

 

È una domanda molto difficile. Se vuole, il punto è: come fa una mente finita come la nostra, sorretta da un cervello biologico, a pensare l’infinito? Quello che un filosofo può fare è capire come la nostra mente può parlare, ragionare sull’infinito. Questo avviene in molti modi, alcuni dei quali lontanissimi: la matematica e l’arte, per esempio. Prendiamo il linguaggio, un «piccolo» caso di infinito in atto. La ricorsività, la capacità del linguaggio di produrre sempre nuovi enunciati, di parlare illimitatamente, attesta l’infinito. C’è da dire poi che il linguaggio è inserito in una società che produce idee, concetti. I cervelli degli esseri umani, insieme, producono un universo di conoscenza che va ben oltre le capacità individuali, superando così il limite della contingenza biologica.

 

La fede cristiana dice che quell’infinito che l’uomo scopre in sé, si è manifestato e ha accolto in sé, nell’Incarnazione, il finito. Lei, da filosofo e da uomo, come accoglie questo fatto?

 

Lo vedo come una opportunità che tutti gli esseri umani, credenti e non credenti, hanno a disposizione per chiarirsi queste grandi domande che si ripropongono costantemente. È difficile poter pensare di fare l’autopsia a questo tipo di concetti. Da filosofo analitico credo che il pensiero filosofico non possa arrivare a delle conclusioni su questo tipo di tematica. Come uomo, credo che il rapporto tra l’infinito e la nostra finitezza non possa essere evaso. A questo punto entra però in gioco una visione che dev’essere sorretta dalla fede. 

 

Entriamo cioè in un altro territorio?

 

Sono due territori che interagiscono, ma che sono distinti. Non ci vedo un conflitto, nel senso che le persone sono tutte intere e che quei medesimi territori sono lo spazio nel quale tutti noi ci troviamo a vivere. Il matematico può essere anche artista. Se non lo è, l’uno deve però accettare l’altro.

 

(Federico Ferraù)



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