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PASCOLI/ Può il nostro sguardo "vedere" l'assenza?

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Ci si avvia alla fine del centenario dalla morte di Pascoli, alla fine dei numerosi convegni in cui sì è parlato e riparlato del poeta dal punto di vista del linguaggio, delle tematiche, delle scelte stilistiche, e forse sì, anche un poco del grande mistero che portà in sé la sua poesia. “La poesia è poesia quando porta in sé un segreto” diceva il grande Ungaretti, e se siamo disposti ad ascoltarlo e a metterci in discussione, Pascoli il suo segreto ce lo fa intravedere. Oggi al Meeting di Rimini si discuterà proprio della poesia di Giovanni Pascoli come combustione di mistero ed estenuante ricerca del vero. A farlo sarà Davide Rondoni, che in un recente articolo parlando di Pascoli diceva: “Poeta del dettaglio e di cosmogonie, curvo sulle Myricae e attonito spettatore d’un misterioso nulla universale, Pascoli racconta di aver assunto la sua attitudine poetica in certe sere in cui la madre, vedova per l’omicidio del marito, stava davanti a casa a fissare chissà cosa all’orizzonte. Uno sguardo vedovo, dunque. E cosa è uno sguardo del genere? E’ pieno di una presenza e di una assenza contemporaneamente. Sguardo che vede l’assente. Fissa chissà cosa. Avverte la presenza piangendone l’assenza”.

La duplicità è sempre presente nella poesia di Pascoli, come se lui e le sue parole stessero continuamente in bilico tra assenza e presenza, cielo e terra, vita e morte. Questi elementi stanno nel mondo in compresenza, come quando nella prefazione ai Canti di Castelvecchio dice: “Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico”. Oppure nel poema Il Ciocco: “[…] Tempo sarà che Tu, Terra, percossa/ dall’urto di una vagabonda mole/, divampi come una meteora rossa;/ e in te scompaia, in te mutata in Sole/, morte con vita, come arde e scompare/ la carta scritta con le sue parole”.

La vita nella morte e la morte nella vita sono un aspetto fondamentale della poesia pascoliana, non a caso i Canti di Castelvecchio sono dedicati ai genitori, poiché la poesia non li lasci essere morti, ma che doni vita, che faccia fiorire grandi Ninfee sulle loro tombe. Duplicità nello sguardo tra cielo e terra, si diceva prima. Quando ci fa guardare il cielo, Pascoli lo fa con una precisione estrema, ci nomina decine di stelle, ci parla di soli e pianeti e universi. Ma sapere i nomi delle stelle non basta, Pascoli si ritrova di fronte all’infinito e allo spavento che l’infinito può dare. Sempre da Il Ciocco: “[…] Ma se al fine dei tempi entra il silenzio?/ Se tutto nel silenzio entra? La stella/ della rugiada e l’astro dell’assenzio?/ Atair? Algol? Se, dopo la procella/  dell’Universo, lenta cade e i Soli/ la neve della Eternità cancella?/ […]/ errerà forse, in quell’eremitaggio/ del Cosmo, alcuno in cerca del mistero/; e nello spettro ammirerà d’un raggio/ la traccia ignita dell’uman pensiero”.



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