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PRADES/ 1. Waters: la battaglia della ragione per l'umano

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Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)

Abbiamo anche la testimonianza degli Apostoli, che gettarono il loro sguardo sul Mistero fatto carne e ci lasciarono documenti che possiamo valutare mettendoli a confronto con la nostra esperienza, i nostri desideri, la nostra propria vita. Ascoltando Prades, ho provato invidia per quegli uomini, che guardarono ogni giorno all’Infinito e per i quali, come risultato, ogni cosa rientrava nella sua vera prospettiva. Ho pensato alla luce e al buio del loro viaggio con Lui, culminato in quel giorno in cui Cristo Risorto, la “persona sconosciuta”, si è unito alle loro file sconsolate e disperanti, permettendo loro di respirare di nuovo. In quel momento, il punto di fuga divenne il fatto più fondamentale in assoluto, trasformandosi da un puzzle nell’affermazione definitiva del glorioso destino dell’uomo. Cristo ci viene incontro dal mare, prima un punto all’orizzonte, poi un uomo su una barca, da cui scende per abbracciarci, la novità ultima che ardentemente desideriamo, di più, aspettiamo. E quando seguiamo i consigli e le istruzioni del nuovo venuto, ci troviamo cambiati in un modo che corrisponde, più pienamente di quanto avessimo mai sognato fosse possibile, al desiderio che ci fa andare avanti. Cominciamo a conoscere l’Infinito come misericordia nel presente e a riconoscere noi stessi come creature, con una promessa di vita eterna, non più per una pura speranza, ma basata ora sulla conoscenza.

Prades illustra il suo caso con cura. Sembra che un tempo questi concetti fossero più facili, ma adesso, intrappolato in una logica autogenerata, l’uomo li trova sempre più problematici, riducendo la promessa finale a qualcosa simile a un poema consolatorio. Forse, timorosi di una delusione, ci prepariamo al peggio e cominciamo ad accontentarci di questo programma, finendo per definirlo come una prospettiva più “realistica” di quella che ci dà il massimo sollievo.

In piedi, seduti, nei loro corpi, gli uomini guardano la loro propria natura e, maledetti dalla logica dell’oggettività, devono escludere gli aspetti più sensazionali di se stessi dai loro conti con la realtà. In passato, l’uomo può aver sbagliato in una direzione, elevando l’anima al di sopra del corpo, ma ora sta facendo l’opposto, negando l’esistenza dell’anima perché gli esperti non sanno trovarla.

Ma cosa c’è nell’uomo che potrebbe renderlo capace in primo luogo di capire se stesso? Dove deve trovare posto l’oggettività desiderata? Se l’“io”umano fosse capace di cancellarsi, e lo facesse, come potrebbe in seguito capire ciò che rimane e come potrebbe l’uomo affermare di capire qualcosa? Partendo dalla premessa che l’uomo stesso, oggi, è solo quello della terra, partendo cioè dal materialismo postulato dagli scienziati, l’indagine della realtà da parte dell’uomo diventa uno sguardo sterile su un oggetto, uno sguardo che ignora se stesso. Su questa base, abbiamo perduto non solo la conoscenza, ma anche l’etica, perché su cosa potrebbe essa essere fondata se non sulla irriducibile dignità dell’uomo? Una spiegazione puramente materiale non potrebbe rappresentare l’enigma umano. L’uomo sa questo, ma tenta di negarlo, così da mettere a tacere le domande che sono dentro di lui.



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COMMENTI
22/08/2012 - La scienza e la tecnica non sono inumane! (Sergio Palazzi)

Difficile commentare un articolo così bello. Solo una nota. Non so se posso definirmi "scienziato", se non perché da quando ho imparato a capire non ho mai smesso di studiare scienza, o perché cerco di insegnarla o di farla diventare tecnica - techné, il pensiero ed il gesto con cui l'uomo vince il freddo automatismo della materia. Ma, supponendomi scienziato e tecnico, non sopporto di pensare che la scienza e la tecnica siano gelide, inumane forme di una sottrazione dell'anima del mondo, quando dovrebbero essere tutto il contrario. E tanto spesso lo sono, fino ai ticchettii che ci permettono di scambiarci queste parole. Ci permettono di affrancarci un po' proprio dalla nostra materialità chimica, fisica, biologica, superando i limiti della pura lotta per la sussistenza: quanto basta per trovare anche il modo, il tempo e la capacità di pensare a quanto ci vogliamo comunicare. Sì, ci sono intorno tante religioni che mascherano di forme scientifiche e tecniche il vuoto dei propri idoli e delle proprie paure, dall'ambientalismo all'efficientismo, a quell'edonismo vacuo da cui Epicuro fuggirebbe scandalizzato. Ma la scienza e la tecnica sono doni che il Creatore ha dato al primo Adamo, con la libertà di usarli responsabilmente. Guai se ce ne allontanassimo perché ci spaventano le meschinità a cui possono servire. Chi intravede la complessità delle molecole di un fiore che sboccia può sentirne più profondamente il colore ed il profumo. E anche la ragione per cui dovrà appassire.