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PRADES/ 1. Waters: la battaglia della ragione per l'umano

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Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)

C’è qualcosa di esaltante nel vedere un uomo impegnato in una profonda lotta con le forze della cultura, inteso a decifrare e risolvere, a superare i paradossi della conoscenza di sé, i limiti del linguaggio e le sovrastrutture della ragione convenzionale che dobbiamo al contempo usare e superare. Vedere questa lotta in atto non in qualche rarefatta torre accademica, e neppure come un tentativo di ottenere qualche nuovo avanzamento nel gioco del pensiero intellettuale, ma come uno sforzo appassionato di vedere ciò che è reale e trovare parole più nuove, concrete e contemporanee per descrivere ciò che è vero, è veramente, profondamente e realmente commovente. 

È questo che ho provato nel guardare e sentire ieri sera parlare il mio buon amico Javier Prades Lopez sul tema del Meeting 2012.

Noi combattiamo non soltanto per le nostre vite, ma per la vera vita in noi, per la possibilità di una vita che potrebbe essere di più che una spaventata, evasiva esistenza. E non solo la nostra vita, ma le vite dei nostri figli, le vite dei nostri amici, dei nostri genitori, dei nostri fratelli e sorelle. Durante il discorso di Pradees ho pensato più volte a mia madre, nel suo letto là in Irlanda, debole e confusa dopo essere stata colpita da una malattia un mese fa. Lui non l’ha citata e, di fatto, lei avrebbe avuto dei problemi a capire molto di ciò che lui ha detto. Ma quello che ho visto è stato un uomo che combatteva per la vita di mia madre, per la certezza di cui ora lei ha bisogno, di cui ho bisogno io ora, per rinnovare e rifornirci dell’aria che entrambi respiriamo. Ho pensato a mia figlia sulla strada del ritorno a casa dal Meeting, per rientrare in una cultura che cerca di succhiare la vita dai suoi polmoni, di sostituire l’innocenza che la sta lasciando con il cinismo e il dubbio.

Prades è un soldato che combatte per tutti noi, che attacca con precisione la stupidità della nostra cultura, che presenta se stessa come sofisticata, ma che minaccia di soffocarci. L’arma di Prades è la ragione, una ragione che non è distaccata dal mondo che lui descrive e critica, ma intima ad esso, che parla il suo linguaggio così come ne parla un altro. Egli vede la banalità che sta adesso al cuore della capacità collettiva di apprendere, ma vede anche i segni di un tentativo di rigenerazione nel lavoro di musicisti e scultori. Egli, sì, denuncia, ma anche annuncia. Abbiamo perso la voglia di raccontarci grandi storie, dice, ma non il desiderio di esse, o la loro necessità. La tragedia della nostra situazione è che, perfino nei nostri tentativi di evadere dalla povertà della nostra cultura, noi riduciamo le nostre stesse domande e cosi ci rinchiudiamo.

Prades cita lo scultore spagnolo Eduardo Chillado: “L’orizzonte è la patria di tutti gli uomini” Questo orizzonte è espresso in una parola che conosciamo: Cristo.

La prova è evidente: nel desiderio che abbiamo per la giustizia, la verità, il significato; nella nostalgia che proviamo per qualcosa che non riusciamo a trovare nella realtà quotidiana, un’angoscia che non è mai placata. Queste sono le componenti del motore della locomotiva umana, che ci spinge verso il Mistero.



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COMMENTI
22/08/2012 - La scienza e la tecnica non sono inumane! (Sergio Palazzi)

Difficile commentare un articolo così bello. Solo una nota. Non so se posso definirmi "scienziato", se non perché da quando ho imparato a capire non ho mai smesso di studiare scienza, o perché cerco di insegnarla o di farla diventare tecnica - techné, il pensiero ed il gesto con cui l'uomo vince il freddo automatismo della materia. Ma, supponendomi scienziato e tecnico, non sopporto di pensare che la scienza e la tecnica siano gelide, inumane forme di una sottrazione dell'anima del mondo, quando dovrebbero essere tutto il contrario. E tanto spesso lo sono, fino ai ticchettii che ci permettono di scambiarci queste parole. Ci permettono di affrancarci un po' proprio dalla nostra materialità chimica, fisica, biologica, superando i limiti della pura lotta per la sussistenza: quanto basta per trovare anche il modo, il tempo e la capacità di pensare a quanto ci vogliamo comunicare. Sì, ci sono intorno tante religioni che mascherano di forme scientifiche e tecniche il vuoto dei propri idoli e delle proprie paure, dall'ambientalismo all'efficientismo, a quell'edonismo vacuo da cui Epicuro fuggirebbe scandalizzato. Ma la scienza e la tecnica sono doni che il Creatore ha dato al primo Adamo, con la libertà di usarli responsabilmente. Guai se ce ne allontanassimo perché ci spaventano le meschinità a cui possono servire. Chi intravede la complessità delle molecole di un fiore che sboccia può sentirne più profondamente il colore ed il profumo. E anche la ragione per cui dovrà appassire.