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SHAKESPEARE/ Lo "scandalo" di un infinito dato in mano a fate e folletti

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Shakespeare visto dal pittore illusionista O. Shuplyak (InfoPhoto)  Shakespeare visto dal pittore illusionista O. Shuplyak (InfoPhoto)

Puck, il servo di Oberon, unge anche le palpebre di Titania con la pozione amorosa, così lei si innamora incidentalmente di un simpatico buffone di nome Bottom, la cui testa viene trasformata in quella di un asino. Com’è proprio di questo genere, la commedia ha lieto fine e gli incantesimi vengono sciolti, ma l’effetto dell’azione di questi esseri è quello di alienare le persone dalla loro essenza. La regina Titania dice all’asino Bottom: “Ed io ti spoglierò d’ogni scoria mortale/ sì che volar tu possa come etereo elfo” (Atto III, sc.2) e, nonostante il pubblico, osservando la figura grottesca a cui queste parole sono rivolte, lo percepisca come qualcosa di ironico, Titania sta affermando qualcosa di terribilmente vero. 

La differenza col mondo degli elfi svela le profondità di quello degli uomini. La commedia si conclude con uno spettacolo nello spettacolo, sceneggiato da Bottom e i suoi goffi attori. Teseo, Duca d’Atene, li deride: “queste favole antiche e questi giochi delle fate”. Teseo giudica ridicola l’idea di pensare che se comprendiamo una gioia, allora essa ci è donata da qualcuno, un Donatore. Le fate della commedia donano la gioia che unisce gli amanti ed esse si rivelano mediatrici del Divino. Quindi l’infinito ci è offerto da Dio come significato di sé, e le fate potrebbero essere i suoi mediatori.

 

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