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IDEE/ Così ebrei e cristiani possono battere gli Zapatero d'Europa

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Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1598, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1598, particolare; immagine d'archivio)

«Ciò che salva il dialogo è l’essere non una dialettica intellettuale, ma un incontro di esperienze». Al termine del Meeting di Rimini, Ignacio Carbajosa Pérez, docente di Antico Testamento nella Facoltà di Teologia dell’Università San Dámaso di Madrid, ci tiene a liberare il dialogo dalle incrostazioni della cultura dominante. Cita la sua formazione positivista, la Spagna di Zapatero, il dialogo del cristianesimo con islam ed ebraismo. «Dall’essere figli di Dio viene una capacità altrimenti impensabile di abbracciare tutto». Come è stato per Abramo, con cui la storia - tutta la storia - è cominciata.

I cristiani sono capaci di dialogare più degli altri?

Preferisco non fare paragoni, ma direi che senza dubbio l’aspetto della cattolicità - cioè della universalità - è un connotato decisivo della nostra fede. La rivelazione ci ha fatto capire in un modo che non ha eguali chi è l’altro, e questo è possibile perché l’identità del nostro io, consistente nell’essere figli di Dio, ha allargato in modo impensabile i confini della nostra ragione. Ne viene una capacità altrimenti impensabile di abbracciare tutto. È questa la grande battaglia culturale di Benedetto XVI; ma è stata anche quella di Luigi Giussani e, adesso, di Julián Carrón.

Dialogo oggi è una delle parole più inflazionate, il cui valore si è di conseguenza come drasticamente ridotto. Come possiamo recuperarne il valore?

Per otto anni ho avuto a che vedere con il governo Zapatero e con la sua legge sull’educazione alla cittadinanza, sulla quale ho dovuto fare un lungo studio. Lì si parlava tante volte di dialogo, ma era sempre un dialogo fine a se stesso, il cui imperativo era la tolleranza reciproca - altra parola resa intoccabile dall’ideologia dominante -. Nel mio studio invece non mi sono stancato di sottolineare il fatto che la parola dialogos viene dal greco dia-, tramite, più logos, «parola» ma anche «ragione». Il dialogo deve partire dalla ragione e raggiungere ciò a cui tutti noi aspiriamo, cioè la verità. Un dialogo che rinuncia consapevolmente alla verità è finto e fallace.

A proposito della Spagna. Come definirebbe la situazione spirituale del suo Paese?

Il grande male che ha colpito la nostra vita individuale e pubblica è la censura, terribile, del problema del significato. Mettere a tema in una qualsiasi conversazione, dal bar all’università, alla televisione, il problema del significato, della religiosità ultima e quindi del senso della vita dell’uomo è diventato come commettere un delitto, fare qualcosa che non si deve. Dal punto di vista culturale la gente soffre le conseguenze di questa censura, ma non si rende conto che all’origine di tanto disagio c’è la natura dell’uomo. Mistificarla vuol dire fare violenza alla realtà, perché l’uomo è religioso per natura. Quando in un popolo questo si tace, le conseguenze culturali sono tremende. Ma questo vuol dire che la prima sfida è prima di tutto educativa.

Il problema è che oggi la ragione dell’uomo è ammalata dal di dentro e appare sfiduciata sulla sua stessa capacità di raggiungere una verità. Che cosa può salvare le sorti del dialogo?



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