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EDUCAZIONE/ Israel: salviamo l'infinito dalla "dittatura" dei tecnici

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Non è forse evidente quanto tutto ciò abbia a che fare, e profondamente, con l’educazione, ovvero con l’atto più importante con cui una società si autoperpetua, con cui scrive il proprio destino?

E come può affrontarsi il tema dell’educazione se non come un problema di rapporti di persone? E come può affrontarsi una crisi educativa se non chiamando in gioco il tempo della persona, la definizione del suo destino, dei fini spirituali che individuano e guidano questo destino?

E ha senso affrontare invece questa tema e questa crisi, anziché in termini di persone, di rapporti di persone, e di fini di persone, parlando di capitale umano, concependo l’istruzione come un incremento misurabile, un “valore aggiunto” del capitale umano, magari misurabile come un’utilità marginale?

Eppure ci si vuol far credere che questo approccio economicista e formalista sia l’unico approccio razionale al problema dell’educazione. A me pare che si tratti invece di un approccio che è il contenitore di un grande e drammatico vuoto spirituale e morale, un vuoto da cui non può uscire nulla, men che mai il superamento di una crisi di prospettive.

Quel che misura questo tremendo vuoto è la tendenza che sempre più prevale in questi anni nell’insegnamento: un crescente e quasi sprezzante disinteresse per i contenuti – le tanto denigrate “conoscenze” – a favore di un interesse esclusivo per i metodi, le tecniche.

Ma – ci si chiede – per cosa esiste il processo dell’istruzione se non per trasmettere e aiutare ad acquisire con i propri mezzi (entrambe le cose!) concetti, contenuti, conoscenze, cultura, in nome di un antico e sempre valido principio, e cioè che la conoscenza è libertà? Un processo di educazione e istruzione ridotto all’applicazione di un insieme di tecniche di apprendimento è semplicemente annientato come tale.

In questi ultimi anni, assieme a mia moglie Ana Millán, ho dedicato molto del mio tempo alla scrittura di un libro appena uscito, dal titolo Pensare in matematica (Zanichelli), la cui principale ambizione è affrontare il problema difficile dell’insegnamento della matematica al livello di base elementare (e quindi delle scuole primarie), ma più in generale a introdurre chi non ne sa nulla a questa disciplina ostica e screditata perché considerata arida, difficile e repellente. La convinzione profonda che ci ha guidato è che, per risolvere le difficoltà dell’insegnamento e dell’apprendimento della matematica, la via sia quella di restituire la matematica alla cultura. Per questo, per sottolineare l’unità della conoscenza, la copertina del libro riproduce un dipinto di Botticelli in cui Venere introduce un giovane allievo al cospetto delle sette arti liberali.

La matematica non è una disciplina di calcoli pratici, aridi e noiosi quanto purtroppo necessari. È una disciplina speculativa che ha un rapporto profondo e costitutivo con la filosofia e persino con la teologia. A chi gli chiedeva perché avesse deciso di studiare matematica, un grande matematico italiano, Federigo Enriques, rispondeva: «Per un’infezione filosofica liceale». 



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COMMENTI
28/08/2012 - Ringraziamento (Ruben Varisco)

Grazie per questo articolo, pensavo che in Italia non esistessero più persone capaci di esprimere idee di questo livello.