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EDUCAZIONE/ Israel: salviamo l'infinito dalla "dittatura" dei tecnici

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Quest’estate ho scelto, tra le letture estive, un vecchio libro che apparteneva a mio padre. Si tratta di un testo scritto nella Spagna del secolo XI da un mistico ebreo, Bayha ibn Paqûda, dal titolo Introduzione ai doveri dei cuori. È un’opera che vuole contrastare la tendenza a una visione materialista e pragmatica della religione e sottolineare l’importanza primaria di una visione spirituale. L’uomo – dice Paqûda – è sintesi di anima e corpo e la religione propone sia precetti materiali, pratici, rivolti al corpo, che precetti spirituali, rivolti all’anima. Sono quelli che egli chiama rispettivamente doveri del corpo e doveri dell’anima, per affermare che i doveri dell’anima sono molto più numerosi e importanti di quelli del corpo. Tra essi si annoverano precetti fondamentali e difficili come “amare Dio”, “avere fiducia in Lui”, “amare il prossimo come sé stessi”, “amare lo straniero come il prossimo”.

L’edizione in possesso di mio padre è una traduzione in lingua francese opera di un celebre studioso ebreo francese, André Chouraqui, e pubblicata nel dopoguerra con l’introduzione di un altrettanto celebre pensatore cattolico francese, Jacques Maritain. Chouraqui la fece durante l’occupazione nazista della Francia, mentre era clandestino e faceva parte della resistenza. È una storia straordinaria: di giorno egli partecipava a delle azioni, la sera, al rientro, dedicava alcune ore a questo lavoro. Egli scrive nell’introduzione: «Nel corso di viaggi incessanti, tra montagne e foreste […] la meditazione dell’opera che traducevo iniziava alle discipline interiori provate dalla testimonianza dei martiri e dei santi. Bayha insegnava la lunga pazienza alle sorgenti dell’essere, dove l’unità trionfa di tutte le violenze, l’unità dell’amore più potente dei frutti amari di tante morti. Al ritorno di ogni missione ritrovavo la pagina da completare, maturata nell’azione quotidiana».

Perché ho introdotto un argomento che sembra fuori tema? Perché questa vicenda straordinaria mi ha fatto venire in mente una domanda: come è possibile affrontare una situazione drammatica, una crisi epocale, senza un alimento di spiritualità, senza una fiducia profonda nel senso dell’esistenza?

Certo, il paragone tra la crisi che noi viviamo e il dramma della Seconda guerra mondiale può apparire quasi offensivo per quest’ultimo; nonostante la nostra crisi sia contrassegnata da un deserto morale piatto e desolante che rende ancor più impellente l’esigenza di una prospettiva, di una finalità che dia senso all’esistenza. Ma quel che ha mi suggerito questa vicenda è che è impensabile affrontare una crisi senza una prospettiva spirituale. Non il mero uomo materiale - il “mero uomo di fatto”, per dirla con Husserl – può vincere una crisi, ma la persona, sintesi di materialità e spiritualità, di doveri etici e di doveri morali.

Non per captatio benevolentiae nei confronti del pubblico del Meeting citerò don Giussani, ma perché è evidente che non mi era possibile non rilevare la consonanza tra queste considerazioni e una frase di don Giussani che ho letto in una delle varie presentazioni dei temi del Meeting. E la frase è questa: «Quando la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a minacciare la vivacità di una nostra espressione, e quando una egemonia culturale e sociale tende a penetrare il cuore aizzando le già naturali incertezze, è venuto il tempo della persona». È il momento dell’autocoscienza, «una percezione chiara e amorosa di sé, carica della consapevolezza del proprio destino». 



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COMMENTI
28/08/2012 - Ringraziamento (Ruben Varisco)

Grazie per questo articolo, pensavo che in Italia non esistessero più persone capaci di esprimere idee di questo livello.