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EDUCAZIONE/ Israel: salviamo l'infinito dalla "dittatura" dei tecnici

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Si guardi a quel che sta accadendo all’università. La difficoltà di valutare nel merito e nei contenuti – l’unico modo serio di procedere – un numero enorme e crescente di testi scientifici ha indotto a ricorrere a procedure automatiche, in particolare al conteggio del numero di citazioni e a una serie di parametri collegati che, si pretende, offrirebbero garanzie di rigore e di oggettività che non offrirebbe il primo approccio. È la cosiddetta “bibliometria”, che è oggetto di critiche sempre più forti e sviluppate da personalità e istituzioni di primo piano – come la International Mathematical Union e l’Institute of Mathematical Statistics – e che ha condotto in Australia a proscriverne l’uso. Ad ogni modo, negli USA – dove la bibliometria si è sviluppata, al pari delle critiche odierne – essendo il sistema universitario e della ricerca privatistico, c’è chi ricorre a questi metodi, e in versioni disparate, c’è chi non vi ricorre. Invece, in Italia, abbiamo realizzato l’exploit unico al mondo di imporre una bibliometria di stato sotto il controllo di sette personaggi di nomina politica che costituiscono il direttivo di un nuovo onnipotente organismo, l’Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca). 

A Ferragosto l’Anvur ha comunicato le “mediane”, ovvero i numeri al disotto dei quali un docente non potrà essere candidato ai concorsi per l’abilitazione nazionale e un candidato non potrà fare domanda. Sarebbe lungo dettagliare tutti i risultati folli prodotti dalla bibliometria di stato all’italiana. Mi limiterò a citarne uno che riguarda me come i miei colleghi storici della matematica, tutti esclusi a priori dalla possibilità di essere commissari o candidati. Siamo tutti somari? Gli autentici somari sono altrove. La spiegazione è che le nostre numerose e prestigiose pubblicazioni non valgono nulla per il semplice motivo che, trattandosi per lo più di libri, articoli in volume ed edizioni critiche, non sono indicizzate dalla ditta privata (Thomson Reuters) al cui database l’Anvur si riferisce per calcolare i suoi parametri, e che considera soltanto articoli su certe riviste, e ignora tutto ciò che sa vagamente di umanistico.

Che dire? Simili esiti non sono certo una vergogna per chi ne è la vittima ma per chi ha escogitato un simile demenziale marchingegno. E soprattutto: soltanto in un paese privo di cultura liberale e devastato da vent’anni di fascismo seguiti da qualche decennio di un’altra egemonia culturale totalitaria, quella comunista, poteva capitare di assoggettare la ricerca a un controllo di stato che ha poche analogie storiche. In Italia, burocrazia ministeriale e dittatura degli esperti del nulla stanno producendo forme di dirigismo statalista mostruose che nulla hanno a che vedere – e anzi sono in piena contraddizione – con l’idea classica dell’istruzione pubblica.

Vorrei concludere con un’osservazione che può sembrare, a prima vista, fuori tema. La riassumerei nell’avvertimento: difendiamoci dal materialismo. Sia ben chiaro: questo non vuol dire che non sia legittimo essere e dirsi materialisti, né di dirimere questioni filosofiche che tengono in affanno l’umanità da più di due millenni. Ma, per l’appunto, quel che è inammissibile è che si dia sempre più per scontato che, per essere considerati razionali, “scientifici”, in una parola rispettabili, occorra essere materialisti. Ricordo le parole di don Giussani circa le egemonie culturali e sociali che tendono a penetrare il cuore aizzando le già naturali incertezze.



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COMMENTI
28/08/2012 - Ringraziamento (Ruben Varisco)

Grazie per questo articolo, pensavo che in Italia non esistessero più persone capaci di esprimere idee di questo livello.