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EDUCAZIONE/ Israel: salviamo l'infinito dalla "dittatura" dei tecnici

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Oggi, l’egemonia culturale del materialismo tende non solo ad aizzare le naturali incertezze ma a far sentire come “vergognosa” qualsiasi posizione diversa, in particolare una visione spiritualista, al punto di identificare scientificità con materialismo e a far assurgere il materialismo a filosofia di stato. Si pensi alla crescente insistenza a fare delle neuroscienze un sostituto della filosofia e persino della teologia, quando si identifica il senso della trascendenza con la presenza di certe conformazioni neuronali e, in tal modo, si distrugge la religiosità riducendola a un fatto materiale contingente. Nel campo educativo questo si manifesta nella pretesa di voler ridurre tutto a questioni di neuroscienze, di neuroni e di sinapsi. Il massimo rispetto per le neuroscienze non toglie la profonda verità di quanto diceva il celebre filosofo Paul Ricoeur, quando osservava che è interessantissimo studiare cosa succede nel cervello quando penso, ma che il cervello è oggetto di scienza e non soggetto, e che per pensare non occorre neppure sapere di avere un cervello. Aristotele, sant’Agostino, Maimonide, Galileo o Newton hanno pensato benissimo – molto meglio e più profondamente di tanti contemporanei – senza avere la minima idea di cosa fosse un neurone o una sinapsi.

Risolvere i problemi dell’insegnamento con le neuroscienze? Basta osservare attentamente la povertà, per non dire la miseria, dei tentativi in questa direzione per capire che si tratta soltanto di una pretesa ideologica che ha un solo effetto: prosciugare il terreno di un approccio di contenuto e di senso, sviando l’attenzione di molti (suggestionati dalle mode e timorosi di essere considerati retrogradi) verso perline luccicanti quanto prive di valore.

Una delle manifestazioni deteriori di questo materialismo è quella tendenza che potremmo chiamare la medicalizzazione dell’istruzione e che si basa sulla riduzione di ogni difficoltà di apprendimento a disturbi funzionali, a una condizione di “anormalità”, da trattare non con strategie educative bensì con strumenti psicologici, con supporti materiali e persino decretando per alcuni (troppi) soggetti la loro minorità strutturale e percorsi di apprendimento semplificati e ridotti.

Non si tratta certo di minimizzare l’importanza di curare le forme di disabilità. Ma è un affronto alla disabilità e ai veri disabili ampliare la platea dei “disturbati” a percentuali incredibili. E tutto questo inventando disturbi che, a differenza della dislessia, non hanno alcun serio fondamento, come la “discalculia”, che viene diagnosticata e trattata per lo più da persone che non hanno alcuna seria conoscenza della matematica, e spesso anzi ne hanno idee distorte, alimentate da pseudomatematici compiacenti.

In fin dei conti, quello cui si assiste con l’espansione esponenziale delle diagnosi di questi “disturbi” è una vera e propria fuga dalle responsabilità, una resa, la rinuncia ad affrontare con l’amore e la competenza difficoltà che possono essere superate, e che quantomeno vanno affrontate fino in fondo sul terreno proprio dell’istruzione prima di arrendersi a trattarle come disturbi o malattie strutturali. 



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COMMENTI
28/08/2012 - Ringraziamento (Ruben Varisco)

Grazie per questo articolo, pensavo che in Italia non esistessero più persone capaci di esprimere idee di questo livello.