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LETTURE/ Auden e il dramma dell'uomo: negare o accogliere Dio?

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Wystan Hugh Auden (1907-1973; immagine d'archivio)  Wystan Hugh Auden (1907-1973; immagine d'archivio)

Ma se il mondo è «tutt’intorno», a questo istante fugace, al momento in cui l’uomo è «l’Adamo senza peccato nel nostro principio» (Prima, 31), non può che seguire immediato l’esservi chiamati, l’agirvi. E cosciente o meno che ne sia, la prima azione di ogni uomo è il desiderio: «Respiro; e questo è in sé desiderare / non importa cosa, essere saggi, / diversi, morire e il costo, / come che sia, è il Paradiso / Perduto e me stesso dovuto alla morte» (Prima, 33-37). Come l’anima semplicetta di Dante, l’uomo si accorge delle cose e le desidera. Ma senza la grazia, come ci ricorda San Tommaso nel suo commento alla Seconda lettera di Pietro, tanto più percepiamo le cose del mondo e il desiderio di esse, tanto più insorge il terrore della morte dettato dall’intuizione di una loro fragilità ultima. Il mondo appena lodato diventa allora subito nemico e il nostro stesso corpo nulla più che un infido complice: «[…] questa carne sveglia, / non è un compagno onesto, ma mia complice adesso, / mia assassina domani […] / impaurita del nostro compito per la vita, del morire / che il nuovo giorno reclama» (Prima, 42-44; 47-48).

Trascinato nella sua «routine di lode e di biasimo» (Prima, 28), il giorno scorre e l’ora Terza vede levarsi e avviarsi alla propria giornata gli attori del sacrificio: il boia che ancora non sa chi gli sarà dato da ammazzare; il giudice che non sa «per mezzo di quale sentenza / applicherà sulla terra la Legge che governa le stelle» (Terza, 9-10); i «Pezzi Grossi» e i pesci piccoli della comunità cittadina, attesi ai desideri piccini in cui hanno già cristallizzato il desiderio infinito del loro primo respiro; e la vittima, l’unica che conosce sia il fatto che la forma, l’unica che «sa che entro il tramonto / avremo avuto un Venerdì Santo» (Terza, 38-39). Dopo Sesta, in cui l’io narrante medita il rapporto tra vocazione personale e storia umana, l’ora Nona vede i personaggi singolari uscire di scena e lasciare il campo al volto anonimo e alienato della folla, che assiste all’esecuzione bramosa e assente a un tempo, incapace anche solo di ricordare che cosa realmente sia accaduto e perché desiderasse così tanto quella morte.

Giunge così l’ora del vespro, l’ora inesorabile in cui tutti posano le maschere indossate per attraversare il giorno e tornano per poco se stessi, prima che la sera e il ritorno a casa li ingaggino in una nuova finzione. È in quest’ora, in questo breve tempo in cui ognuno è davvero sé, che il contrasto tra l’Arcadico e l’Utopista, fin qui accennato sottotraccia, si esplicita salendo in scena: «Sole e Luna prestano le loro maschere di convenienza, ma in quest’ora di civile crepuscolo ognuno ha da indossare la propria faccia. // Ed è in quest’ora che i nostri due sentieri si attraversano» (Vespri, 5-6). 



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