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LETTURE/ Auden e il dramma dell'uomo: negare o accogliere Dio?

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Wystan Hugh Auden (1907-1973; immagine d'archivio)  Wystan Hugh Auden (1907-1973; immagine d'archivio)

Camminando su un marciapiede qualunque della sua città qualunque, l’io incontra dall’altra parte un uomo che percorre il suo stesso cammino e il momento di sospensione tra il giorno e la sera, l’ora di civile crepuscolo, glielo rivela d’istinto nemico. In un attimo, ciascuno dei due «riconosce il suo Anti-tipo: che io sono un Arcadico, che lui è un Utopista» (Vespri, 7). Fissata icasticamente in una frase – e largamente motivata nei versi successivi – l’inimicizia tra l’io arcadico e il suo avversario è in realtà l’inimicizia radicale e contronatura che abita ogni gesto dell’uomo, quell’estraneità da noi stessi e dall’altro che sembra costringerci – per usare i versi di Mario Luzi – a «convivere in uno stesso tempo e luogo / e farci guerra per amore» (Mario Luzi, Presso il Bisenzio, 72-73). Se è vero infatti che il confronto tra l’ideale dell’Arcadico e quello dell’Utopista fa emergere impietosamente la violenza di quest’ultimo e la sua evasione dal presente per un futuro di giustizia soffocante, lo è altrettanto il fatto che anche l’Arcadico – nonostante la sua attrazione per la superficie dell’Essere – è perennemente in fuga dal qui e ora: «Una ragione del suo disprezzo è che ho solo da chiudere gli occhi, passare il ponticello di ferro fino all’alzaia, prendere la chiatta attraverso il breve sottopasso di mattoni / ed eccomi di nuovo nel mio Eden […]» (Vespri, 21-22).

È in grazia di questa specularità che all’Arcadico protagonista basta uno sguardo per accorgersi che «tra il mio Eden e la sua Nuova Gerusalemme nessun trattato è negoziabile» (Vespri, 16). Maggiore o minore che sia la loro comprensività, infatti, il mondo degli ideali disincarnati non può in ultimo sfuggire l’alternativa violenta e radicale tra l’assimilazione di ciò che si incontra o la sua uccisione. Un’uccisione che – nella nostra età di vizi e virtù moderati – è facilmente sublimata nell’evitazione, in quell’ignorarsi cordialmente risentito con cui concediamo al prossimo uno spazio, purché non si azzardi a entrare nel nostro e disturbarci: «Così, con un’occhiata di passaggio, cogliamo l’uno la posizione dell’altro. E già, incorreggibili, i nostri passi si fronteggiano e recedono, ciascuno verso il proprio genere di cena e sera» (Vespri, 25). 

Ma come il mondo c’è, c’è altrettanto il bisogno di coglierne il senso. Inestinguibile, ultimamente impermeabile ai nostri tentativi di circoscriverla, l’inesorabile presenza delle cose ci insegue e ci interroga. E nell’ora scura della solitudine, quando si è stesi a letto e ancora gli occhi non si sono chiusi, il giorno trascorso reclama a voce piena il suo vero significato. È in quest’ora che i singoli istanti, affidati alle sole nostre mani, si rivelano eliotianamente «un mucchio di immagini frante» (T.S. Eliot, The Waste Landi. The Burial of the Dead, 22) che noi non sappiamo ricomporre in unità: «[…] Ora che un giorno è il suo passato, / il suo ultimo atto e sentimento, dovrebbe arrivare / il momento della memoria, / quando l’intera cosa acquista senso: viene, ma tutto / quello che ricordo sono porte che sbattono / due massaie che gridano, un vecchio che gorgoglia, / lo sguardo selvaggio d’invidia di un bimbo. / Azioni e parole che vengono buone per ogni racconto / e di cui non vedo né trama, né senso […]» (Compieta, 6-15). 



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