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LETTURE/ Auden e il dramma dell'uomo: negare o accogliere Dio?

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Wystan Hugh Auden (1907-1973; immagine d'archivio)  Wystan Hugh Auden (1907-1973; immagine d'archivio)

Spesse volte la grande poesia rivela la sua grandezza nei dettagli, in incursioni laterali e all’apparenza senza sbocco, in versi che paiono persino inessenziali per il loro deviare dal focus, ma che alla giusta distanza si mostrano non come una sbavatura, bensì come una pennellata sapiente; l’unica, anzi, capace di rendere il componimento quel che poteva e doveva essere. Anche per questo spiace attraversare a volo d’aquila un poemetto come Horae canonicae di Wystan Hugh Auden, la cui vicenda umana e poetica attraversa quasi per intero il Novecento. Spiace perché, essendo grande poesia, di simili momenti laterali il poemetto è colmo e meriterebbe perciò di essere letto tra amici intorno a un falò sulla sabbia, più che essere affidato alle poche righe di un commento come dovremo contentarci di fare.

Uscito in frammenti nei primi anni Cinquanta, Horae canonicae viene pubblicato in volume per la prima volta in The Schield of Achilles del 1955, a un’altezza in cui Auden ha ormai ampiamente sorpassato il fascino per il marxismo che l’aveva infiammato negli anni Trenta, virando verso posizioni più conservatrici. La notazione di carattere politico non è superflua, se è vero che il poemetto fonda la propria struttura sul contrasto tra il soggetto narrante, l’Arcadico, fautore di un’innocenza naturalistica, e il suo «anti-tipo», l’Utopista, che brama una «Nuova Gerusalemme» in cui «i templi saranno vuoti ma tutti praticheranno le virtù razionali» (Horae Canonicae, Vespri, 20).

Per aiutarci a capire meglio di che cosa stiamo parlando, non sarà inutile descrivere brevemente la trama e la struttura dell’opera. Nella sua forma definitiva, Horae canonicae è la narrazione allegorica del sacrificio di Cristo e dell’eterno dramma dell’uomo, combattuto tra il desiderio di accogliere Dio e quello di negarlo fino al deicidio. Come in ogni allegoria che si rispetti, tuttavia, l’oltre, il significato simbolico, è inscritto dentro il segno, gli è immanente, ed è perciò leggibile solo al suo interno: nel nostro poemetto, la narrazione entro cui si nasconde quella del sacrificio di Cristo è lo svolgimento di una giornata scandita dalle ore canoniche del titolo – Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta, Lodi – al cui centro si staglia l’esecuzione di una condanna a morte. 

L’ora Prima descrive il risveglio del soggetto narrante, il personaggio che nel poemetto dice io e che presta a noi lettori il punto di osservazione di ciò che accade. È il momento in cui, dopo la singolare sospensione del sonno, la coscienza, ridestandosi, riavvia il corso della storia. Stupore e desiderio dominano questo primo istante, quando «richiamato dal mondo delle ombre alla vista, / dall’assenza all’ostentazione» (Prima 13-14) l’io si accorge delle cose e riconoscendole si riconosce, intuendosi immediatamente non solo: «Santo questo momento, tutto nel giusto, / mentre in completa obbedienza / al grido laconico della luce, aderente / come un lenzuolo, prossimo come un muro, / là fuori, stabile e roccioso come una montagna, / il mondo è presente, tutt’intorno / e so che io sono, qui, non solo / ma con un mondo e ne gioisco» (Prima, 17-24). 



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