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POLEMICHE/ Galli: perché De Gasperi piace a dorotei ed ex fascisti?

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Alcide Degasperi tra Konrad Adenauer, a sinistra, e Robert Schuman ad un vertice nel 1952  Alcide Degasperi tra Konrad Adenauer, a sinistra, e Robert Schuman ad un vertice nel 1952

In Trentino ci sono assai poche vie e piazze dedicate ad Alcide De Gasperi. Sono quasi tutte intitolate – correttamente – ad Alcide Degasperi, tutto attaccato. Il cognome – peraltro abbastanza diffuso in Trentino – si scrive proprio così. E ciò valeva anche per lo statista di Pieve Tesino.

Suddito austroungarico, nel 1911 fu eletto al Reichsrat di Vienna e un errore della segreteria del Parlamento austriaco spezzò il suo cognome in de Gasperi. L’allora neo-deputato trentino non intervenne, con ciò attirandosi l’ironia di Cesare Battisti che, sulle colonne del Popolo, scrisse: «Caro von Gasperi, noi ridiamo della nobiltà che avete inaugurato a Vienna, scrivendo il vostro nome in due e diventando nei protocolli parlamentari da voi stesso firmati il nobile ‘de Gasperi’. A quando la contea o il baronato?».

La Repubblica ha lasciato il cognome spezzato ed è intervenuta solo innalzando il “De”, forse perché nella Costituzione sono aboliti i titoli nobiliari. Sta di fatto che, nel 1967, quando morì suo fratello Augusto (nella Prima guerra mondiale cadetto del 3º reggimento Kaiserjäger e decorato con la medaglia d’oro al valor militare), i necrologi uscirono con l’usuale e corretta grafia del cognome: Degasperi.

La storia – bisogna ammetterlo – è comunicazione politica. Ma la polemica recente intorno alla figura del grande statista trentino, che gestì la Repubblica nella sua fase genetica, avviandola – da ineguagliato protagonista istituzionale – sui binari della libertà e della democrazia, per una folla di ragioni, è quanto meno stucchevole. Soprattutto pensando a chi l’ha animata e anche a chi ne ha commemorato pubblicamente la figura.

A cominciare da Fini che, dimentico della sua cultura politica di provenienza, quella dell’estrema destra neofascista e antidemocratica, aveva fatto della contrapposizione frontale alla Repubblica e alla Democrazia cristiana uno dei suoi cavalli di battaglia. È stato pertanto inopportuno che intervenisse per commemorare Degasperi, al di là delle polemiche di cui è stato oggetto il Presidente della Camera, per le sue dimore monegasche e le sue ardite navigazioni ideologiche. Che dovrebbero indurre quanto meno alla prudenza.

Nel raccoglimento della Biblioteca Vaticana, Degasperi guardava al futuro, oltre la fine del conflitto, al di là del fascismo e della monarchia. Pensava anzitutto alla necessità di ricostruire il Paese sul piano etico e civile. Grazie al suo fermo moderatismo, mirò a una mediazione, tra le varie anime della nascente Dc che per lui era un partito laico, fondato sulla libertà intesa come strumento essenziale per sostenere la crescita della persona umana e il progresso sociale. Anime che, per un certo periodo, egli riuscì a tenere insieme grazie al suo proverbiale pragmatismo di uomo delle montagne, schietto e concreto. E che conferivano al partito la capacità di penetrare a fondo nella società italiana, soprattutto nella piccola e nella media borghesia. 

Rispetto allo Stato liberale e al fascismo si pose in modo critico, senza tuttavia respingerne in blocco l’esperienza politica. La sua idea era quella di costruire uno Stato davvero moderno, fondato sul decentramento per ragioni di funzionalità burocratica e amministrativa, per dare vita a un rapporto equilibrato – non soverchiante – con il cittadino e per eliminare gli squilibri territoriali e sociali.



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