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LETTURE/ Da Van Gogh a Camus, il dramma dell'attesa che non trova risposta

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Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889, particolare; immagine d'archivio)  Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889, particolare; immagine d'archivio)

Quando l’uomo non guarda più in profondità la realtà con lo stupore del bambino, quando la realtà non è più segno di Altro e possibilità di inoltrarsi in un senso, allora l’unica possibilità è escludere il reale ed evadere in un mondo che non ha problemi. Crediamo che sia questa una delle possibili interpretazioni del desiderio della cultura contemporanea di non sottostare al reale, ma di creare col pensiero (l’esito è l’ideologia) o di evadere in mondi virtuali e immaginari. Il desiderio di evasione è diretta conseguenza di un cammino che ha portato l’uomo a percepire la realtà come carcere, ragnatela, cratere magmatico e incomprensibile da cui fuggire.

Il grande pittore Vincent Van Gogh (1853-1890), geniale innovatore artistico, tanto incompreso in vita quanto apprezzato e rivalutato in morte, in una lettera indirizzata al fratello usa l’immagine dell’uccellino in gabbia per rappresentare la propria condizione esistenziale. In queste parole emergono la sua ansia e il suo anelito di libertà e di compimento totali: «C'è fannullone e fannullone. C'è chi è fannullone per pigrizia […]. Poi c'è l'altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell'impossibilità di fare qualcosa, […] perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d'istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d'essere! […] Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c'è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c'è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe […] e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore».

Van Gogh è tristemente cosciente dell’incomprensione di cui è fatto oggetto, rappresentata dal dileggio che gli uccelli liberi dalla gabbia gli rivolgono. Nel prosieguo della lettera il pittore racconta di aver fatto esperienza di quanto possa davvero liberare la condizione umana: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita».



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