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LETTURE/ Perché i nipotini di Marx continuano ad avere successo?

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Forse sarebbe il caso di provare a emanciparsi dalla presa di questo lessico, ponendosi alcune semplici domande. Per iniziare, magari: se il liberismo è selvaggio, significa forse che ce n’è qualche variante non selvaggia, e dunque accettabile? Non sarebbe da sottovalutare, in effetti, che di liberalismi (e liberismi: ma è questa stessa distinzione ad essere un po’ sospetta) ce ne sono davvero tanti e la loro riduzione ad una monotona caricatura è grottesca. E poi: gli annunci e i simbolismi pararivoluzionari sono mai andati davvero fuori moda? Lo stato sociale in Europa è stato, finora, significativamente ridimensionato? Il liberismo esercita veramente una qualche forma di egemonia nel discorso pubblico e nel sentire comune? Non è ampiamente diffusa invece, ad esempio, una retorica spesso un po’ vaga sulla cosiddetta “decrescita”?

Oppure si rifletta sull’immagine ampiamente negativa, largamente diffusa anche se ovviamente non totalmente condivisa, che si ha di Margaret Thatcher e in qualche misura anche di Ronald Reagan, per menzionare i due simboli della riscossa liberista degli anni 80 e tacendo le considerevoli differenze tra i due (per esempio il fatto che durante la presidenza Reagan la spesa pubblica americana è aumentata anziché diminuire). O ancora, meditando su simboli e riscosse simboliche, si consideri l’esaltazione tutt’altro che casuale del monumento del welfare, il National Health Service, nel corso della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, in mezzo ad altri emblemi accuratamente trascelti della storia britannica.

Se è così nel mondo anglosassone, che nella vulgata rappresenterebbe il fortino dei liberisti, nella realtà italiana, che conosciamo meglio e ci riguarda più da vicino, potrebbero essere formulate domande ancora più efficaci. Qualcuno ha notizie di grandi riforme liberali (o liberiste, se è per questo) negli anni della presunta egemonia del pensiero unico di cui sopra? Il grande partito che dichiarava di ispirarsi a quegli ideali, come è noto ha fatto una politica reale ben diversa; e non solo per incapacità o tatticismo, visto che il suo ministro più in vista per anni ha tuonato contro il “mercatismo”.

E ancora: nella deprecazione generalizzata per la crisi è più popolare biasimare gli infidi liberisti piuttosto che le mille miserie e inefficienze di uno Stato che conosciamo fin troppo bene ma che tendiamo a condonare. Questa è una singolare schizofrenia: criticare ad ogni piè sospinto lo Stato inetto, e ovviamente i partiti che concretamente lo incarnano, mentre si esalta a priori il “pubblico”. Naturalmente, pubblico non è sinonimo di statale: ma è così che quasi sempre viene inteso, al costo della contraddizione. L’inveterata diffidenza nei confronti del privato sembra un automatismo pavloviano: alla faccia del pensiero unico.

E ovviamente, in tutto questo la prospettiva propriamente liberale della sussidiarietà viene, con malcelata soddisfazione, totalmente rimossa. Tutta questa topografia concettuale andrebbe in effetti articolata molto più riccamente e dettagliatamente, differenziando e distinguendo, con quel discernimento che è ostacolato dalle etichette abborracciate e dalla guerra per bande che fa le veci dello sforzo intellettuale. 



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