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C.S. LEWIS/ Abbiamo scartato l’unità e la bellezza del mondo

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Ritrovarne l’eco vibrante nel best seller del più maturo Rinascimento, in un’Italia ancora al centro della “repubblica internazionale” delle lettere e della cultura, è di per sé una spia di trasparente eloquenza: «Il ciel rotondo, ornato di tanti divini lumi, e nel centro la Terra circundata dagli elementi e dal suo peso istesso sostenuta; il Sole, che girando illumina il tutto e nel verno s’accosta al più basso segno [...]; la Luna, che da quello piglia la sua luce [...]; e l’altre cinque stelle [i pianeti], che diversamente fan quel medesimo corso. Queste cose tra sé han tanta forza per la connession d’un ordine composto così necessariamente, che mutandole per un punto, non poriano star insieme e ruinarebbe il mondo; hanno ancora tanta bellezza e grazia, che non posson gl’ingegni umani imaginar cosa più bella» (Baldassarre Castiglione, Il cortigiano, libro IV, cap. 58).

Procedendo nella scia di Lewis, dobbiamo riconoscere che l’impianto geocentrico del cosmo tradizionale, simile a un’«opera d’arte» divinamente ispirata, restò pienamente vitale fino all’età che vide la prima radicale messa in discussione dei suoi presupposti, preludio della svolta che condusse a stabilire le basi di una nuova immagine del mondo, capovolta rispetto a quella destinata, alla fine, ad essere, appunto, «scartata». Ma la vittoria della nuova visione realistica del mondo è stata tutt’altro che un trionfo sfolgorante. L’alternativa tra i due modelli è rimasta a lungo un’alternativa aperta, dall’esito incerto e tutt’altro che scontato. Da una parte stava la forza persistente di contagio della vecchia sintesi teologico-astronomica, da cui l’uomo moderno faticava a staccarsi del tutto. Lo lascia intravedere un testimone d’eccellenza come Pascal, quando sporgendosi al di là della luminosità calorosa immaginata dagli antichi, pervasa dalla sinfonia musicale del movimento delle sfere celesti, si trova costretto a confessare: «il silenzio eterno degli spazi infiniti – il buio raggelante del rivoluzionario cosmo post-copernicano, potremmo aggiungere a modo di postilla – mi fa venire i brividi». Sul lato opposto si faceva sentire la superiorità di una più fredda capacità di descrizione delle strutture del mondo circoscrivibile dallo sguardo dell’uomo di scienza, che cominciava ad atteggiarsi come l’anatomista sul tavolo di una realtà da scomporre e da sezionare, prima di poterla ricomprendere nella pienezza della sua sferica perfezione, celebrata dal simbolismo adorante di una metafisica sacramentale, abitata dal senso dell’incombenza del divino.

 



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