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GIORNALI/ Chi decide quale debba essere la "nostra" dimensione politica?

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"La Scuola di Atene", affresco di Raffaello Sanzio, Musei Vaticani (part.) (CC)  "La Scuola di Atene", affresco di Raffaello Sanzio, Musei Vaticani (part.) (CC)

Guardini sembra tracciare con chiarezza quale possa essere la via per uno sviluppo differente della posizione filosofico-politica attuale: l’affermazione della persona in quanto dotata di quella libertà che lo fa “voler-essere” anche quando vorrebbe rinnegare la sua natura. Di qui il valore inestimabile della “natura” umana: un bene che neanche l’uomo stesso può manipolare pienamente e da cui non ci si stancherà mai di ripartire.
Ma oggi, si potrebbe dire, non vi è più il pericolo di un positivismo radicale, quanto piuttosto di un vuoto delle ideologie a cui solo può rispondere lo statuto epistemologico della filosofia analitica che Esposito sintetizza come la «modalità di fondo di tipo logico deduttivo, astratta e lontana della realtà della vita», a differenza della filosofia come “pratica” sempre più artificiale e superficiale.
E tuttavia, la possibile soluzione prospettata (una delle tante certo, senza alcun accento di assolutizzazione, ma comunque l’unica proposta) da Roberto Esposito non credo possa essere tanto convincente, quanto appare nella sua suggestività. Contrapporre – così come proponeva Michel Foucault – l’analisi della struttura epistemologica propria della filosofia analitica allo studio delle forme “aleturgiche” (produttrici di verità) significa infatti, ultimamente, riproporre un dualismo filosofico astratto e artificiale che non ha altro effetto se non quello di acutizzare la separazione tra ambiti riproponendo steccati e confini tra analitici e continentali, di cui il pensiero filosofico oggi non ha bisogno, pena la sua irreversibile estinzione. Quello di Foucault, tra l’altro, non è molto dissimile dal compito che Richard Rorty assegnava al liberale ironico: «creare il gusto in base al quale si verrà giudicati», aspirando a compendiare la propria vita in un linguaggio personale la cui perfezione si raggiunge nella certezza che di tutti i vocabolari decisivi, almeno l’ultimo possa essere totalmente creato da se stessi. Rorty non cerca di negare il valore intrinseco della filosofia, poiché anzi è proprio essa che ci porta a comprendere l’inutilità delle domande originarie.
Di qui il lavoro di potenza ricostruttrice, «potenza capace di trasformare la conoscenza in forma di vita», come spiega Esposito nel suo articolo, tenendo alla larga quella corrispondenza della verità alla realtà dal sapore troppo scolastico. Eppure è proprio questa decisa messa in disparte di una tale corrispondenza a insospettire: chi infatti decide quali siano le forme di vita meritevoli di essere trasformate e accettate, chi decide ciò che possiamo consentire da ciò che dobbiamo respingere, in una parola, chi decide quale debba essere la “nostra” dimensione politica?



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