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GIORNALI/ Chi decide quale debba essere la "nostra" dimensione politica?

"La Scuola di Atene", affresco di Raffaello Sanzio, Musei Vaticani (part.) (CC)

Noi studiosi di filosofia non abbiamo che una risposta: la realtà nella sua totalità e particolarità, nella sua unicità e varietà, vale a dire, la realtà nella sua verità. È questa realtà che ci interessa e che ci spinge, ogniqualvolta la interroghiamo, a non fermarci, a non concludere, a non giungere mai a una facile e comoda perfezione capace sola di se stessa, poiché le verità assolute sono quelle che interessano meno, avendo un quoziente povero di conoscenza. La realtà, invece, a ben guardarla, non è mai totalmente rinchiudibile in facili teoremi o definizioni; c’è sempre qualcosa che sfugge, anche al più educato nichilista borghese o allo scienziato positivista. È quello che alcuni filosofi contemporanei hanno chiamato l’apertura della realtà, la sua fondamentalità. Di una cosa, però, possiamo essere certi: qualunque sia l’incommensurabilità di questa apertura, l’uomo non potrà fare a meno di essa, non potrà fare a meno di percorrere il cammino di questa ricerca di cui non conosce la meta, né conosce a priori se ciò a cui giungerà potrà mai soddisfarlo, ma sa con certezza che se potrà trasformare tale necessità in una virtù, la stessa necessità di verità si muterà in volontà di verità.
È proprio questa continua ricerca, certa del suo compimento, che rende oggi il lavoro filosofico, da una parte, ancora utile e interessante per chi lo professa e, dall’altra, sempre nuovo e inesauribile, come lo sono le domande ultime di ogni uomo. 

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