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LETTURE/ Johann e Giacomo, una domanda "inerme" unisce i destini degli uomini

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È l’incontro sconvolgente, che ancora una volta lascia inermi, col dolore, la sofferenza, l’angoscia. Infatti, così come il mistero del bello e del bene nella forma dell’amicizia pura e della lealtà, anche il buio dell’ansia (quasi tutti i personaggi si trovano a trascorrere notti insonni attanagliati dall’improvviso attacco del dolore che toglie il respiro, fa saltar fuori dal letto alla ricerca di un po’ d’aria, lascia la mente vuota di ogni pensiero) si abbatte contro una persona inerme, senza possibilità di difesa. Salvo quella di buttarsi in ginocchio e chiedere forza a quel mistero che è ultimamente ciò di fronte al quale siamo veramente, compiutamente inermi, sia che ci travolga con la radiosità di un panorama incantevole, sia che ci ferisca e interroghi col dolore.

È la capacità di pregare che differenzia la famiglia tirolese da quella milanese ed è questa capacità la sorgente della strana solidità umana degli Innnerkofler. Johann ne parlerà nel casuale incontro col vecchio amico che ora combatte a pochi metri da lui e, inspiegabilmente, contro di lui; sta in quella ultima inermità della domanda il segreto della sua umanità, della sua capacità di sperare contro ogni speranza, di ricominciare sempre, di non retrocedere da quell’altezza che è una vita sentita e pensata, inermi, di fronte al mistero. E ormai anche Giacomo è pronto per scoprire, come dicono le ultime parole del libro «che non avrebbe più potuto vivere se non a quell’altezza».



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