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DIBATTITO/ Habermas, la libertà e l'Europa dei giudici

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L’unica via d’uscita sarebbe, quindi, rappresentata da una nuova “democrazia transnazionale” che dovrebbe sorgere dall’Europa post Trattato di Lisbona, in cui la crescente fiducia reciproca dei popoli europei sviluppi una forma di solidarietà civica tra i cittadini dell’Unione che porti a quella che, sempre Habermas, chiama “democratica ratificazione del potere politico”, cioè che porti i cittadini dei vari Stati ad accettare il diritto dell’Unione perché sentito come “giusto”, in quanto posto democraticamente, e non perché subito, in quanto assistito da sanzioni.

In realtà, se è pur vero che i timori prodotti dalla situazione economica rendono i problemi dell’Europa più fortemente presenti alla coscienza delle popolazioni, questo non sembra affatto aver indirizzato verso una accentuata solidarietà, quanto piuttosto verso una crescente ostilità e diffidenza tra i popoli medesimi, che contrappone i popoli dei Paesi egemoni ai popoli dei Paesi bisognosi di aiuti e, seppure in minor misura, pone in conflitto questi ultimi tra di loro, in quanto diretti concorrenti nel veder esaudite le loro richieste di aiuti in competizione le une con le altre. La direzione che i fatti sembrano prendere non è, quindi, quella auspicata della “democrazia transnazionale”, ma quella dell’“esercizio post-democratico del potere”.

Esiste però una “terza via” che può guidare verso la formazione di una solidarietà europea, quella della implementazione diretta di diritti fondamentali europei per via giurisdizionale. Per capirlo occorre osservare come il fatto, apparentemente tecnico e teorico, dell’attribuzione del monopolio interpretativo del diritto dell’Unione ad un unico organo giurisdizionale sovranazionale, la Corte di Giustizia di Lussemburgo, ha già determinato, in primo luogo, l’affermarsi della tesi del “primato” del diritto comunitario su quello dei singoli Stati e, in secondo luogo, ha attivato nelle giurisdizioni dei vari Paesi e, in particolare, in quella italiana, l’obbligo di interpretare il diritto interno in modo “conforme” a quello dell’Unione europea ovvero di non applicare il diritto interno insanabilmente in contrasto con quello.

Pertanto, l’obiettivo che appare ancora lontano (e, al momento, quasi utopico) di costituire, tra i popoli dei vari Stati, la coscienza comune di essere ad un tempo cittadini dell’Unione oltre che cittadini del proprio Stato di appartenenza, è invece assai più vicino tra i giudici appartenenti alle giurisdizioni dei vari Stati che, oltre ad essere giudici del singolo Stato sono e si sentono anche giudici dell’Unione europea, pur in un percorso non facile, fatto ancora di alternanza di dialoghi e conflitti aperti tra le Corti (si pensi alle tensioni con la Corte costituzionale tedesca o con la stessa Corte costituzionale italiana). Sotto il vincolo del primato del diritto comunitario così come interpretato dalla Corte di giustizia, le giurisdizioni dei singoli Stati tendono, perciò, a modellare il proprio diritto interno in modo da evitare qualsiasi conflitto con il diritto dell’Unione, ciò anche contrastando le tendenze dei singoli Parlamenti nazionali (si pensi, ad esempio in Italia, all’avvenuta disapplicazione delle norme incriminatrici in materia di immigrazione clandestina).  Alla mancanza attuale di sufficiente solidarietà civica tra i popoli degli Stati membri dell’Unione, fa dunque da contrappeso una già avviata “solidarietà interpretativa” dei giudici, le cui conseguenze attendono ancora una compiuta valutazione, in termini di vantaggi che possono apportare e di effetti negativi che possono determinare.

Questa componente giurisdizionale della struttura dell’Unione, infatti, presenta anch’essa luci ed ombre, ma non può essere trascurata. Infatti, da un lato, la giurisdizione rappresenta un’ulteriore aspetto della deriva post-democratica dell’esercizio del potere, almeno nella misura in cui essa sia considerata costitutivamente a-democratica, se non addirittura anti-maggioritaria, in quanto posta per garantire da eventuali abusi del potere delle transeunti maggioranze parlamentari; dall’altro, tale componente giurisdizionale può anche assurgere a garanzia da quelle forme post-democratiche di esercizio del potere rappresentate dal “federalismo esecutivo” di cui sembra essersi fatto promotore il Consiglio europeo (si pensi all’attesa per il pronunciamento della Corte costituzionale tedesca proprio in questa materia).

Peraltro, proprio sotto la veste di questa funzione di garanzia ben possono nascondersi e trovare spazio anche quei rigurgiti di statalismo nazionale che nulla hanno a che vedere con le preoccupazioni per la deriva post-democratica dell’Unione europea.



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