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DIBATTITO/ Habermas, la libertà e l'Europa dei giudici

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Essenziale per comprendere le potenzialità presenti e future della componente giurisdizionale in questa Europa in crisi è, però, la questione dell’“interpretazione”, poiché è attraverso l’interpretazione delle norme comunitarie da parte della Corte di Giustizia e delle sentenze di questa, e delle disposizioni interne da parte dei giudici dei singoli Stati, che operano le giurisdizioni ed è, pertanto, attraverso lo strumento interpretativo che esse esercitano il loro potere.

Estremizzando e semplificando il problema è questo: se la concezione di fondo dell’interpretazione è quella “cognitiva”, per cui a ciascuna disposizione normativa sono attribuibili solo alcuni significati, che preesistono all’attività di interpretazione e che il giudice deve solo scoprire, allora il ruolo del giudice sarà inevitabilmente più ristretto, dovendosi limitare a riconoscere tali significati, che sono quelli corrispondenti alle decisioni assunte da chi ha emanato quella disposizione, la sua discrezionalità limitandosi solo a scegliere nel caso ve ne sia più di uno. Al contrario, se la concezione di fondo dell’interpretazione è quella “scettica”, per la quale non esiste alcun significato attribuibile alla disposizione normativa prima dell’avvio dell’operazione di interpretazione e il significato è solo il prodotto, in certa misura libero, dell’applicazione della disposizione ad un caso concreto, allora il ruolo del giudice e la sua attività interpretativa assumono un ruolo più schiettamente “decisionale” o “creativo”.

Vi sono poi disposizioni, come quelle in materia di diritti fondamentali, per le quali, più che per altre, sembrano prevalere, come più adeguate, le concezioni interpretative ad orientamento “scettico”, che attribuiscono maggiori poteri “creativi” alla giurisdizione. Se così ci si dovesse orientare, la “comunitarizzazione” della Carta di Nizza avvenuta con il Trattato di Lisbona e l’elenco di diritti fondamentali in essa contenuti potrebbero contribuire alla formazione, seppure nel solo ambito delle materie di rilevanza comunitaria, di un sistema di garanzie che, sotto l’azione unificatrice della Corte di Giustizia e attraverso le operazioni di interpretazione conforme e disapplicazione dei giudici dei singoli Stati, porterebbe ad una prospettiva di giustizia comune da parte dei cittadini, non in quanto cittadini del singolo Stato, ma in quanto cittadini dell’Unione, così contribuendo a formare quella consapevolezza di appartenenza comune (all’Unione europea, grazie alla quale essi possono rivendicare diritti “giustiziabili”) che costituisce il punto di partenza della solidarietà civica necessaria alla nuova democrazia transnazionale. Tale prospettiva di giustizia per i cittadini varrebbe poi nei confronti dei singoli Stati non solo in quanto tali, ma anche in quanto esautorati delle proprie competenze e costretti ad una “normazione imposta” da quel federalismo esecutivo che, affermatosi attraverso il Consiglio europeo, verrebbe poi limitato nello stesso ambito europeo da cui proviene, attraverso l’opera della giurisdizione (della Corte di giustizia in cooperazione con i giudici comuni dei singoli Stati), evitando, quindi, arroccamenti nazionalistici o parzialità di visione dei problemi che eccedono gli interessi del singolo Stato.

Il pendant di tali vantaggi sarebbe peraltro rappresentato dalla sovraesposizione di organi, come quelli giurisdizionali, che attraverso operazioni interpretative assumerebbero in realtà decisioni politiche, per le quali risulterebbe problematica l’individuazione di adeguate forme di responsabilità. Inoltre, occorrerebbe forse distinguere tra giurisdizione e giurisdizione (ad esempio tra Corte costituzionale e giudice comune, oppure tra Corte di Giustizia e Corte costituzionale o giudice comune) in ordine alla capacità di assumere tali decisioni, su tale capacità influendo il modo in cui l’organo giurisdizionale è stato formato e costituito. Corollario di tale distinzione sulle “capacità” delle singole giurisdizioni è poi il riflesso sulla natura più o meno accentrata, o più o meno diffusa del controllo giurisdizionale: l’accentramento del controllo, assicura certezza e prevedibilità di decisioni giuridiche; la diffusione del controllo presso qualsiasi giudice apre, invece, ai rischi della “babele giuridica”.

Non si vuole sostenere, pertanto, che la “via giurisdizionale” all’Europa rappresenti un vantaggio o sia preferibile rispetto ad altre soluzioni, ma si intende solo affermare che la componente giurisdizionale dei processi di assestamento in questa Europa in crisi è un elemento che svolge e svolgerà un ruolo cruciale, che deve necessariamente essere preso in seria considerazione, proprio per le luci ma anche per le ombre che da questo possono provenire. D’altro canto, per capire quale sarà questo ruolo e come tale “via giurisdizionale” può operare e in parte ha già operato diventa centrale la “questione dell’interpretazione”.  



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