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LETTURE/ Cosa facciamo per "salvare" le parole dalla corruzione?

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Ma se la battaglia è di tutti, "un solo linguaggio si salva: il linguaggio della poesia(Il linguaggio della poesia, p. 21). E questa sua facoltà redentiva lo rende interessante per il linguaggio comune. Come infatti il costruttore di cattedrali ricorda all’uomo il suo desiderio di edificare, di porre nella storia e nell’eternità la propria impronta, così il poeta restituisce agli uomini la facoltà di parola. Ma non per il mezzo di una sua ineffabile creatività – come intende una lettura viziosamente romantica della poesia che ancora oggi non si riesce a estirpare – quanto con l’esercizio della propria arte. Scrivendo, il poeta non crea, ma svela; non innova, ma riscopre, ponendo al servizio della lingua comune la sua opera: "Il poeta non ha altro compito se non quello di rappresentare la tradizione per il proprio tempo, e per quanto è possibile. Ci sono condizioni del linguaggio per le quali è più difficile fare poesia di quanto non lo sia in altre; e l’“individualità creatrice” non vi può proprio nulla. Si capirà dunque che l’azione sul linguaggio da parte del poeta sarà quella di redimere il linguaggio, essendo inevitabile che il tempo (cioè l’uso) ad ogni generazione lo corrompa. Non si tratta di rinnovare meramente il linguaggio, ma di ricondurlo ad una rappresentazione perduta(Il linguaggio della poesia, p.23).

Il poeta, ci dice Quadrelli, non dispone ma risponde; è responsabile cioè non delle parole che usa maverso le parole che usa. Il suo compito è perciò possibile soltanto se egli interroga le parole e le cose, se nel momento in cui tratta la sua materia, non la usa come già significata ma le chiede di risvelare il proprio senso. Se, insomma, l’atto di scrivere si fa preghiera alle parole perché si svelino nuove e vive, perché svelino "la via, ora celata, ora aperta, che conduce alla giustizia del riconoscimento; una via che si chiama una via che si chiama destino per ognuno e tradizione per tutti(Il linguaggio della poesia, p. 10).

E se è evidente che non si possono pregare le parole perché non sono altro che suoni e segni, allora l’unico modo per farlo è pregare le loro incarnazioni, quegli istanti e quei luoghi in cui il loro nesso con l’esperienza si fa singolarmente evidente. Pregare le parole significa perciò pregare le opere passate, riconquistare le rappresentazioni perdute del linguaggio che in esse ancora vivono: in questo senso, più che a scrivere poesia contemporanea, il lavoro del poeta sarà rivolto a rendere contemporanea la poesia passata, ad assumere cioè la tradizione in cui opera per tramandarla oltre sé. Perché ciò possa accadere, egli ha da accettare di lasciarsi superare, di consegnare al futuro non sé o il proprio nome, ma i propri significati: il solo mezzo per ogni uomo di "espiare il tempo", il solo per il cui mezzo "i tre tempi non rappresentano solo se stessi, ma l’eterno" rivelando "il passaggio dell’uomo sulla terra […] un transito a un fine misterioso ma certo" (Il linguaggio della poesia, p. 25).

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