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LETTURE/ La "Chiesa" di De Lubac, il segreto di una vita che continua

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Ma per abbracciare il principio basilare della vita della Chiesa bisogna scendere fin nelle pieghe più segrete del suo cuore pulsante: è il mistero dell’eucarestia, dentro il mistero della Chiesa che lo ricomprende. Il rapporto è pienamente reciproco: la Chiesa fa l’eucarestia, così come la liturgia eucaristica fonda l’unità della Chiesa. L’una cosa e l’altra, indissolubilmente, sono l’esito materiale di ciò che Paolo definiva con la metafora dell’organismo: la sintesi ordinata delle parti e del tutto in connessione con il loro capo, Cristo stesso, che si identifica con esse e d’altra parte le scavalca. Eucarestia e Chiesa sono l’identico corpo di Cristo: si illuminano a vicenda offrendosi come l’umanità resuscitata di Cristo, sua presenza viva in quanto segno che coincide (ma non si esaurisce) con il mistero divino di cui è funzione.

La Chiesa esiste solo “in mezzo al mondo”. Non è centrata su se stessa, ma orientata verso una missione che la chiama a dilatarsi nel tempo e nello spazio. È per sua natura “militante”, anche se il suo scopo non è la conquista o la fusione con il mondo. La sua identità è irriducibile, si radica in una sfera strutturalmente diversa, come fin dall’inizio è sancito nei testi del Nuovo Testamento: vocazione costitutiva per lei è solo quella di essere il “sacramento di Gesù Cristo” nella storia. C’è una identità fondamentale tra Cristo e la Chiesa: ultimamente sono una sola cosa, dal punto di vista del fedele che vive nell’orbita del tempo umano (bellissima è la citazione di Giovanna d’Arco che inserisce a questo proposito de Lubac), ma non si possono ridurre alla semplicità di un’unica persona fisica. Il segno umano della Chiesa è al fondo sempre un rimando: contiene in sé la realtà a cui fa risalire, e nello stesso tempo deve accettare di “sparire” davanti al Signore che le dà vita. È “un dito che indica”, la Sposa che consente di contemplare la bellezza dello Sposo, riflettendo sul proprio volto un raggio della sua perfezione sovramondana. La catena dell’affetto nuziale celebrato dal Cantico dei cantici è quella che li lega. La Chiesa “si costruisce cantando”. È come un concerto che comunica con i suoi suoni la realtà suprema di Dio: il “concerto della carità unanime”, nel quale “si canta” la realtà della vita nuova di Cristo che, “traboccando dalla comunità”, diffonde la carità e l’“allegrezza pasquale” in una “nuova armonia” chiamata a investire la vita concreta degli uomini in attesa.

Per ognuno di loro, sull’esempio supremo di Maria, la Chiesa è “maestra”. L’una e l’altra ci conducono maternamente, insieme, all’incontro personale con Cristo, di cui sono la “perfetta adoratrice”. Entrambe “magnificano il Signore”, cominciando dal mettersi, pieni di riconoscenza commossa, ai piedi della croce su cui risplende il paradosso di una Gloria espropriata dalla forza trascinante dell’amore. 

 



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