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DIBATTITO/ Fanno più "danni" le banche o il pensiero debole?

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Oggi non ho la stessa sensazione che i giovani italiani o spagnoli si sentano europei come negli anni 70, sebbene i loro spostamenti siano facilitati dai programmi universitari e dallo scambio fra le famiglie. I giovani che oggi vanno a Londra sono motivati essenzialmente dalla necessità di apprendere la lingua dominante e dall’acquisire un qualche titolo di studio che possa arricchire le loro competenze tecniche nella prospettiva di ritrovare un lavoro più qualificato in Italia. Al contrario, la vita giovanile dei movimenti dei partiti di massa, sia pure spesso motivati da un internazionalismo ideologico, favorivano un tempo grandi raduni di giovani pieni di speranze nel futuro che consideravano le frontiere doganali il residuato di una vecchia cultura autarchica. Certo, io ricordo il raduno dei giovani comunisti e l’entusiasmo che contagiava tutti nel cantare gli inni della rivoluzione, ma questi raduni giovanili erano comuni a tutte le diverse appartenenze politiche e religiose e davano la misura di una integrazione spirituale di cui oggi non ci sono più tracce. 

Oggi la maggioranza dei popoli europei è afflitta da depressione e diffidenza verso ogni straniero e soltanto la ricchezza diventa il parametro del riconoscimento sociale di chiunque si trovi a circolare per l’Europa. Gli alberghi di lusso sono quasi tutti asetticamente americani; gli incontri hanno caratteri formali e accademici; nessun partito europeo e neppure i sindacati sono riusciti ad europeizzarsi. In passato c’è stato solo un momento − quando si è discusso della cosiddetta costituzione europea − in cui è stato posto al centro il problema delle radici culturali comuni, e ricordo bene che allora il riferimento alle radici cristiane fu rifiutato dai rappresentanti dei vari Paesi poiché ritenuto una contraddizione insostenibile per un’Europa che si voleva laica e illuminista. Da quel momento in poi non si è fatto alcun tentativo di costruire le condizioni comuni per una vera cultura europea che non fosse fondata soltanto sulle convenienze economiche. 

L’Europa si è rattrappita, come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della Sera, e non si riesce persino più a rintracciare una politica della sicurezza militare comune a tutti gli stati dell’Unione. Il Mediterraneo è scomparso dall’orizzonte politico e il rapporto fra l’Europa e la cosiddetta primavera araba è solo la prova di un persistere di egoismi nazionali e di pretese di dominio economico. La vicenda libica è stata il teatro di una ignobile competizione fra i diversi Stati europei che aspiravano al controllo del petrolio libico. Agli occhi della maggior parte degli europei l’Europa della troika e della commissione, nonostante gli sforzi di Mario Draghi, appare come un’istituzione lontana e priva di legittimazione che in virtù di poteri non dichiarati pubblicamente decide sulla vita degli Stati costretti a chiedere aiuto per non fallire.

Nei luoghi di studio e nelle università si è perso completamente il contatto profondo con le diverse componenti della cultura europea. La Francia di cui si parla nei nostri convegni e nei nostri incontri culturali è quella di Marc Augé, per citare solo un nome, in cui si descrive la decomposizione di ogni luogo sacro. La Germania è quella di Sloterdijk che rappresenta con le sfere di cristallo la complessità del mondo. Quel che viene dalle altre aree dell’Europa è, nella migliore delle ipotesi, la sociologia di Bauman o di Zizek. Nessuno dei festival culturali e filosofici, proposti in Italia o in Europa, affronta in modo compatto e approfondito uno dei filoni della cultura europea: il grande pensiero laico sviluppatosi in Francia lungo la storia di questi secoli; lo spirito religioso e anche il doloroso disincanto della tradizione tedesca; il coraggio della resistenza e della difesa dei propri caratteri popolari da parte dei cosiddetti Paesi dell’est.



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