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FAMIGLIA/ Quel "patto" per l'infinito che i nuovi diritti non possono scalfire

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Ecco, allora, che proprio il tema della natura dell’uomo in rapporto all’infinito può svelare la sostanza sottesa alla visione del matrimonio come promessa, ecco allora che il matrimonio come promessa può rivelarsi per quello che è davvero: espressione insopprimibile, che attraversa tutte le genti e tutte le epoche, di un’ansia di infinito connaturata all’uomo in quanto tale (sia esso maschio o femmina); dinamismo di sentimento e ragione che spinge il cuore dei coniugi a non accettare la transeunte instabilità delle proprie voglie per impegnarli ad accedere ad una dimensione ulteriore dell’amore, in cui potersi ritenere veramente appagati e non perennemente insoddisfatti, consapevoli della continua possibilità delle proprie cadute, ma sempre animati dalla volontà di rialzarsi per proseguire la strada insieme.

Questo spiegherebbe perché, nel matrimonio come promessa, anche l’amore maturo delle coppie durature non assume mai le forme di un “amore appassito”, magari un po’ grottescamente “birichino” ma che ormai “ha messo giudizio nelle gialle foglie autunnali dell’amicizia” (l’espressione è sempre della Kristeva), e consentirebbe di vedere, invece, che esso costituisce sempre appassionata e coraggiosa conferma della promessa di un tempo nell’attualità quotidiana. Questo spiegherebbe perché, all’interno di una coppia unita da una “promessa”, prenda vita quanto di più simile ci può essere al mistero dell’eterno, quello stesso mistero che, di fronte all’alternativa tra il “nulla” e la pienezza del “tutto”, porta la nostra “natura, il nostro “cuore”, a preferire e sperare che alla fine ci sia il “tutto”, piuttosto che il “niente”, che nulla sia andato perduto di quello che si è vissuto, piuttosto che tutto si sia smarrito per strada.

Forse la comprensione che, dietro l’apparente astrattezza delle forme giuridiche (come quelle del “contrattualismo” o del “neoistituzionalismo”), vi sia non solo la concretezza vitale dei rapporti umani, ma anche la bellezza di questioni come il rapporto tra la natura dell’uomo e l’infinito, potrebbe portare anche il giurista ad un altro livello di consapevolezza circa il suo ruolo, il suo  lavoro e il suo studio.

Sarebbe bello, allora, che in questa epoca di entusiasmi per le unioni di fatto e di facili lodi per un sentimentalismo di superficie, si potesse intessere un elogio del matrimonio d’amore come ansia d’infinito della coppia, e sarebbe bello che, anche chi opera nel campo del diritto, potesse trarre da un simile elogio le corrispondenti declinazioni nel proprio ambito e contribuire ad elaborarle e perfezionarle.



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