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LETTURE/ Quel "peso" del cuore che non ci lascia mai tranquilli

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Un bisogno tuttavia inesorabilmente inappagato, sentenzieremmo, e dunque un’«infausta brama», che ogni occasione riaccenderà «perché tu speri disperando e attenda ciò che non può venire»: anche «la felicità è una vana parola»«Il cor vive, e vuole, e  chiede e aspetta», ma quello che ci manca ci mancherà sempre, ci farà sempre male. Meglio non dipendere da questo «desiderio irriducibile e vano», meglio cercare il modo per evitare problemi, e sentirsi «in una botte di ferro», padroni di se stessi. Anche perché «la vita ha pure i suoi lati belli. Conviene saperla prendere»«fruire di questa maravigliosa comodità della vita, e cogliere fra la varietà aumentata dei piaceri, di questo e di quello con saggia misura».

Prima ancora di discutere la sua tesi, Michelstaedter si convinse di essere «solo nel deserto» e di non poter conoscere un «valore assoluto» in grado di corrispondere alla sua «brama insaziata»«tu mi sei cara mille volte, o morte, / che il sonno verserai senza risveglio / su quest’occhio che sa di non vedere, / sì che l’oscurità per me sia spenta». E rivendicando «il coraggio di sentirsi ancora solo, di guardar ancora in faccia il proprio dolore, di sopportarne tutto il peso», decise di «venir a ferri corti colla propria vita» e di andar via dall’«oscurit໫Lasciami andare, Paula, nella notte / a crearmi la luce da me stesso».

«Crear tutto da sé» sarebbe l’unica alternativa per chi vive la «coscienza» di non essere altro che, etimologicamente, una «continua deficienza». Con quell’insopportabile deficit ci tocca comunque fare i conti: e se è retorico evitarlo, allora non resta che spegnerlo tragicamente, preferendo alla vita come «bisogno insoddisfatto» la morte che regalerebbe «l’incoscienza», o almeno la «coscienza senza bisogno» (che rimane pur sempre una contraddizione in termini: perché «felicità senza coscienza non esiste»). Ma «la morte di fronte alla domanda non risponde»: istituisce semplicemente «la negazione del bisogno». Che è l’inesorabile conseguenza della «negazione del valore» per cui vivere: «Ahi, quanto pur m’illuse la mortal / mia vista che di fuor ci finge certo / quanto ci manca sol perché ci manca». Se pensassimo di poter trovare quello che ci manca, insomma, saremmo soltanto degli illusi.

Eppure resta da prendere coscienza proprio di che cosa sia questa mancanza, da che cosa dipenda. Chi la guarda in faccia, senza persuadersi di doversene liberare uscendo «fuori di quei bisogni» e di«farsi una via per riuscire alla vita», può anche avere il «coraggio» di sospettare che quella «continua deficienza» non la sentiremmo nemmeno se non fosse lo spazio di un continuo rapporto (perché, se «felicità senza coscienza non esiste», è anche vero che non esiste coscienza senza felicità).  



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